Non potevo vergognarmi della divisa

«Il sovrano fuggì da Roma: e non lo perdonerò mai per la morte di mio fratello»

Egregio dott. Lussana, leggendo, in questi giorni che nostagici «monarchici» vogliono stabilire una «giornata del riscatto» per «rendere giustizia» al re Vittorio Emanuele III, a torto (secondo loro) criticato per quanto agì l’8 settembre 1943, non posso mancare di dire la mia, in merito. E, credo, di averne tutto il diritto. Non parlo per «sentito dire» o morso da ideologie politiche contrastanti. È che io, in quella fatale data «ero presente» ed in divisa per cui quanto successe l’ho vissuto di persona. Ufficiale del Regio Esercito, in zona di operazioni, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi, mi vidi costretto al disonore di svestire una divisa che, credo avevo portato con dignità per anni (sono decorato al V.M.), occultarla e vestito di miseri stracci darmi a precipitosa fuga; braccato come un evaso dalla galera.
Per mia fortuna, raggiunsi casa mia, ma questo non fu possibile fare al mio unico fratello (ufficiale di artiglieria) che l’esimio generale Badoglio aveva trasferito, dall’Italia in Albania, udite, udite! Proprio verso la fine del mese di agosto, quando lui ed il Re stavano tramando per un vergognoso voltafaccia che avrebbe lasciato «allo sbaraglio» le nostre truppe, in particolare quelle posizionate all’estero. Travolto dagli eventi successivi, dopo una lunga odissea, mio fratello ci lasciò la vita. Addebitai questo (e continuo ad addebitarlo) alle malefatte del re e di Badoglio che non ho perdonato mai.
Quella che l’avvocato Forino definisce un semplice «trasferimento» del Governo al Sud fu una vergognosa fuga abbandonando tutto e tutti alle rappresaglie dell’alleato tradito.
Onestà, correttezza, lealtà dovevano, al contrario, spingerlo a rimanere sul posto e, visto che la continuazione della guerra non era possibile, sì chiedere armistizio agli Alleati, ma chiaramente, alla luce del sole, farne partecipe l’alleato con cui avevamo per anni combattuto fianco a fianco ritirandoci, studiare con lo stesso una traquilla smobilitazione del nostro Esercito.
Sono stato anni addietro in Bulgaria, già alleata della Germania. Quando gli eventi, precipitarono, il Governo bulgaro agì nella maniera sopra indicata. I suoi soldati rientrarono pacificamente a casa, non vi furono né rappresaglie né stragi. Così mi fu narrato.
Quel voltafaccia, quella «fuga» come si può considerare riscatto del nostro popolo? Come si possa, ora, celebrare quella data come un evento positivo, quando diede origine ad immediate stragi (Cefalonia per prima) a casi di coscienza di comandanti che, per il subdolo ordine badogliano («difendersi se attaccati») portarono a morte, anzi al macello i propri soldati!? Alla «guerra civile» che durò ben 20 mesi?
La data dell’8 settembre, pagina oscura della nostra storia militare, non merita né riscatti né celebrazioni. Ma il completo oblio.