Non produciamo piccoli mostri schiavi delle pagine

Niente prediche, aiutiamo con l’esempio i nostri piccoli ad amare la realtà

Lettori si diventa, ma lettori forti si nasce. Lettori si diventa a causa di una domanda, di una necessità che ci muove, e che può sorgere in noi a qualunque età. Ma il lettore forte è un individuo che ha bisogno dei libri. Non solo delle cose che ci sono scritte, ma dei libri in quanto tali. Esiste gente fatta così. Inutile intestardirci a voler fare dei propri figli dei divoratori di libri. Quando ci riusciamo è solo la premessa di un fallimento educativo, che si rivelerà più tardi, nel tempo. Il lettore forte sente che il libro gli corrisponde nella sua forma, così come succede all’appassionato di motori con le automobili.
Sono cose che succedono. Capita, a chi ha quattro figli, cinque figli, di averne uno che legge un libro dietro l’altro. Uno, mica tutti e cinque. Fossero tutti, sarebbe il segno che qualcosa non va. Ma una generazione è sempre, in un modo o nell’altro, il risultato dei fallimenti educativi della precedente. Noi siamo i figli della vita moderna, una vita in cui il tempo per leggere è poco. Si legge poco e si studia poco. All’università l’obbligo di frequenza è bilanciato dal numero esiguo di pagine da studiare. Ci si può laureare senza avere letto un solo libro. Un ministro dell’Istruzione, anni fa, si chiedeva a cosa serva conoscere Dante a un pilota di jet.
Insomma, siamo un mondo d’ignoranti. Trovare non dico un impiegato colto, ma un docente universitario colto è diventata un’impresa. E ci preoccupiamo che i nostri figli leggano. Se devono studiare tanto, magari ci arrabbiamo perché, vivaddio, ce li fanno diventare scoliotici e cifotici, ma avere una figlia preadolescente stravaccata sul letto alle quattro del pomeriggio a leggere Jane Austen e alla Cinzia che la invita a uscire risponde no, oggi non posso, è una bella soddisfazione.
Non cerchiamo di produrre piccoli mostri. Se vogliamo che i nostri figli leggano, non obblighiamoli a leggere, ma soprattutto non tormentiamoli con prediche sul valore della lettura. Aiutiamoli, piuttosto - con l’esempio, non a chiacchiere - ad amare la realtà. Capiranno che per amare bisogna conoscere, e che i libri sono un modo per conoscere la realtà: quella dei sogni, quella della gente e dei suoi diversi modi di pensare, ma anche la realtà della fisica meccanica, le angiosperme e le gimnosperme, la consistenza dei nostri concetti, la formazione delle montagne e dei laghi.
Esortiamoli a studiare! La lettura non introduce allo studio, mentre lo studio può introdurre (e spesso lo fa) alla lettura. A volte, poi, una storia è più utile di cento prediche per capire la differenza tra il bene e il male. È la grande forza degli esempi. Quello però che importa veramente è che questa differenza sia chiara, e questo dipende da chi ti racconta la storia non meno che dalla storia in sé. Tanti libri letti nell’infanzia (io ero un lettore forte) sono stati per me importanti perché, dietro, io ci vedevo la faccia della persona che me li aveva fatti leggere: mio papà, mia mamma, mio nonno, il mio maestro.
Comunque sia, anche mio fratello, che non era un lettore accanito come me, ha avuto quelle persone. E non posso dire, sinceramente, di essere migliore di lui. Ho letto solo qualche libro in più.