«An non può entrare nei Popolari europei»

Il portavoce del partito Ronchi: «Il nostro percorso resta immutato». Bondi (Fi): «Stiamo lavorando insieme a un progetto unitario»

Luca Telese

da Roma

Il pretesto è la presentazione di un libro, ma l’effetto è quello di aprire il nuovo capitolo di una battaglia politica « continentale». Wilfrid Martens, presidente del Partito popolare europeo coglie l’occasione di un dibattito a Roma, nel pomeriggio di ieri, per pronunciare il suo anatema, e dire che lui An nel Ppe non ce la vuole. «Senza un nuovo partito di centro dei moderati che comprenda anche An - sostiene Martens - è impossibile per noi la loro adesione». Una mossa che, a distanza di una settimana, è la risposta indiretta all’apertura di credito che Gianfranco Fini aveva incassato in Spagna, quando sulla porta della sua fondazione, mettendogli una mano sulla spalla - e in italiano! - José Aznar gli aveva detto con un sorriso: «Questa ora è la tua casa».
Parole e simboli che corrispondono a schieramenti e differenze profonde, anche nella più grande delle famiglie politiche europee. Non è un mistero che Martens fosse contrario anche all’ingresso nel Ppe di Forza Italia (che si celebrò comunque). Ed ecco perché ieri la risposta di Gianfranco Fini faceva perno su quel precedente: «L'onorevole Martens a suo tempo - ha detto Fini - era contrario anche all'ingresso di Forza Italia; la sua è quindi un'opinione e nulla più». E aggiunge: «Martens ha comunque ragione, quando afferma che molto dipenderà dall'evoluzione che avrà il quadro politico italiano, cioè dal modo con cui i partiti della Cdl si presenteranno alle elezioni europee del 2009 e dal livello di coesione politica e organizzativa che avrà raggiunto il centrodestra». In realtà non è un mistero che anche nel Ppe (come nel Pse) si fronteggiano due visioni contrapposte: quella di chi è geloso dell’identità originaria (rigidamente democratico cristiana) e quella degli innovatori che vogliono allargare i confini storici: non solo Aznar e il suo Ppe (che è già molto più della originaria Allianza popular), ma anche i gollisti francesi (che un tempo facevano gruppo a se) e dei conservatori inglesi (più vicini all’identità «right» che a quella democristiana). Ricorda Adolfo Urso, uno degli «esploratori» convinti dell’operazione di ingresso nella nuova famiglia: «Persino in Germania, nella Cdu, si dibatte se togliere la citazione di Adenauer dallo Statuto, per segnare la discontinuità con il passato. Anche in Grecia Nuova democrazia esprime un’identità diversa, così come Cameron, Sarkozy e ovviamente Aznar. La posizione di Martens è perfettamente legittima, ma anche ampiamente minoritaria». Aggiunge Andrea Ronchi, portavoce di Fini: «Non c’è nulla di nuovo, nulla che non fosse già noto, il nostro percorso resta immutato anche dopo questa non-notizia». Già il percorso: lo statuto Ppe prevede che le adesioni avvengano attraverso l’affiliazione al gruppo, a inizio legislatura. Cosa che per An dovrebbe comunque avvenire dopo le prossime europee. Oppure, come spiega lo stesso presidente del Ppe: «Bisogna stabilire se ci sarà un’evoluzione politica in Italia, se si va verso la costruzione di un partito che accetti i principi del Ppe e il nostro programma di base. Ci vuole un nuovo partito di centro, l’An di oggi è esclusa, la prima fase passa in Italia. Senza un nuovo partito di centro non è possibile». Ma se in Italia non ci fosse un nuovo partito di centro, quale posizione prevarrebbe? Quella di Martens, o quella di Aznar e Nicolas Sarkozy, che a fine luglio incontrava Fini invitandolo a un «cammino comune?». Ovviamente in Italia questa diatriba non poteva non riprodurre i termini della polemica su scala nazionale. Così ieri Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia confermava: «Il nuovo partito di centro di cui ha parlato Martens è un progetto a cui stiamo lavorando proprio con il presidente Fini, e questo progetto può avere più forza in seguito all'adesione di An nel gruppo parlamentare e poi nel Partito popolare europeo, che noi auspichiamo fortemente». E ovviamente parlava anche Rocco Buttiglione, convinto che «andava chiarito il rapporto tra An e la tradizione democristiana», mentre Gianfranco Rotondi sosteneva: «Non mi pare ci sia nessun veto, se ci sarà una lista comune An-Forza Italia-Dc alle prossime europee». Ma c’è, ovviamente anche un’opposizione da destra al diktat di Martens. Ad esempio quella di Francesco Storace, secondo cui «Arrivare a definire An un partito estremista è davvero ingeneroso, oltre che inaudito, e il presidente Martens dovrebbe scusarsi». Poi, in privato, manda agli amici un sms strepitoso: Da Fascisti su Marte a... Fascisti sotto Martens!». Soddisfatta, ovviamente, Alessandra Mussolini: «In Italia la vera destra, che non aspira ad approdi centristi e popolari, è rappresentata solo da Alternativa sociale». Insomma, il paradosso vuole che se, come sembra, l’asse Fini-Aznar-Sarkozy riuscirà a spuntarla su Martens, a gioirne sarà anche l’estrema destra italiana.