Non può fare il servizio civile, straniero dal giudice: «Sono discriminato»

Ricorso di un giovane pakistano residente in Italia da 15 anni. «È un'evidente irragionevolezza e un ulteriore inutile ostacolo all'integrazione»

In fondo, ha chiesto solo di fare quello che fanno molti suoi coetanei. Gli è stato risposto di no. Ma non si è arreso. Perché l'esclusione dal servizio civile di giovani stranieri che sono nati in Italia o che vi vivono da molti anni rappresenta «un'evidente irragionevolezza e un ulteriore inutile ostacolo all'integrazione». Lo affermano i legali di uno studente pakistano di 26 anni a cui, pur essendo residente in Italia da 15 anni, la legge impedisce di svolgere il servizio civile volontario essendo privo della cittadinanza italiana. Il giovane ha presentato un ricorso insieme alle associazioni Avvocati per niente onlus e Studi giuridici sull'immigrazione con cui chiede al giudice di imporre al Dipartimento del servizio civile di riaprire il bando (che si è chiuso venerdi scorso) agli stranieri, o quantomeno ai cittadini comunitari; o, in subordine, di rimettere la questione alla Corte costituzionale affinché venga valutato in quella sede il contrasto tra detta esclusione e gli articoli 2 e 3 della Costituzione. Secondo i ricorrenti - rappresentati dagli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri e Daniela Consoli - «è la prima volta che un giovane straniero agisce non tanto per rivendicare una prestazione o un servizio, ma per poter adempiere un diritto/dovere, quello di 'difendere la patrià intesa come collettività di persone che vivono stabilmente su un territorio e che sono legate tutte, senza distinzioni di cittadinanza formale, da un unico vincolo di solidarietà». I ricorrenti sono inoltre sostenuti dalla Cgil e dalla Cisl di Milano. Il ricorso è stato depositato contro la presidenza del Consiglio dei ministri - Ufficio nazionale per il servizio civile in relazione al «Bando per la selezione di 10.481 volontari da impiegare in progetti di servizio civile in Italia e all'estero» pubblicato lo scorso 20 settembre 2011, che tra i requisiti di ammissione prevede la cittadinanza italiana sulla base della legge 64/01 («Istituzione del servizio civile nazionale») e del decreto legislativo 77/2002 («Disciplina del servizio civile nazionale»), in osservanza del principio costituzionale di difesa della patria. Il 26enne, invece, è un pakistano che ha studiato in Italia fin dalle medie, frequenta l'università e ha presentato domanda di ammissione al servizio civile presso la Caritas Ambrosiana i cui responsabili «gli hanno già preannunciato che, stante il vincolo contenuto nel bando, non potrà essere inserito nella graduatoria ai fini della selezione per l'ammissione». Ebbene, per i ricorrenti le norme che oggi disciplinano il servizio civile escludendo gli stranieri sulla base del principio di difesa della patria contrastano con il principio di parità fissato dal Testo unico sull'immigrazione. Perché se è vero - scrivono nel ricorso - che «il servizio civile nazionale è stato collegato per molti anni all'obiezione di coscienza e costitutiva l'obbligo gravante sugli obiettori che non intendevano svolgere il servizio militare», «con la sospensione (e di fatto, a parte casi eccezionali, la soppressione) dell'obbligo di leva, anche il servizio civile nazionale viene svolto su base esclusivamente volontaria» e «rappresenta un'autonoma, libera modalità di contribuire alla tutela dei diritti della persona, all'educazione alla pace dei popoli, alla solidarietà e cooperazione a livello nazionale ed internazionalè e si è dunque affrancato definitivamente tanto dall'obiezione di coscienza quanto dal servizio militare». In conclusione, per gli avvocati «l'azione legale intende anche richiamare l'attenzione sul fatto che molti dei giovani interessati a questa rivendicazione sono «stranieri» solo a causa di una legge sulla cittadinanza ingiusta e antiquata e si collega quindi alla campagna «Italia sono anch'io» (alla quale le due associazioni aderiscono) per una proposta di legge di iniziativa popolare in tema di cittadinanza». Un ricorso analogo è stato presentato da una giovane albanese davanti al tribunale di Brescia con il sostegno della fondazione Guido Piccini per i diritti dell'uomo e della Cgil di Brescia.