"Non può rifare il bagno" Disabile dopo tredici anni ottiene il permesso

Assurda vicenda nel Milanese. Nel 1998 un disabile chiese l’autorizzazione per i lavori, ma il Comune si oppose. I giudici: alcuni vincoli tecnici non valgono per i portatori di handicap. Solo oggi il Tar gli dà ragione e impone un risarcimento.

Milano C’è da chiedersi come abbia fatto, nel frattempo. Perché nel Paese della burocrazia, perfino andare in bagno diventa un’Odissea. E allora chissà come avrà fatto, il signor Stefano C., che tredici anni fa (13!) ha chiesto ai tecnici di un comune nell’hinterland milanese l’autorizzazione a ristrutturare il bagno, così da farlo a misura di handicap.

Correva l’anno 1998, c’era ancora la lira, e Stefano presentava una domanda di «ristrutturazione dei servizi igienici per l’adeguamento alla normativa di rimozione delle barriere architettoniche» all’amministrazione. Picche, gli dicono dal Comune. Manca il piano attuativo. E a Stefano è toccato rivolgersi ai giudici. Gli hanno risposto due giorni fa. Il 22 luglio del 2011, si paga con l’euro, e un tribunale stabilisce finalmente che sì, Stefano ha diritto al suo bagno.

Surreale al limite dell’impossibile, ma tant’è. Sentenza numero 1977/2011 del Tar della Lombardia. Che accoglie un ricorso che sembrava ormai dimenticato. L’epopea, infatti inizia il 15 dicembre del 1998. Quando Stefano C. chiede all’amministrazione di lasciargli ristrutturare il bagno. Macché. In termini tecnici, arriva il «diniego». Secondo il Comune, infatti, nella zona in cui abita Stefano «sono ammissibili solo opere interne, non essendo possibile intervenire diversamente, anche se con riferimento alla dotazione dei servizi igienici, in mancanza di un piano attuativo».

Insomma, niente bagno fuori dalla casa, anche se è la soluzione migliore individuata da Stefano per venire incontro ai problemi di disabilità. Così, tocca rivolgersi ai giudici. E avere pazienza. Tanta pazienza.

Che poi, quel «piano attuativo» - qualunque cosa voglia dire, per uno che deve solo rifarsi il bagno - c’era già stato, tanto che pure il Tar riconosce come «sarebbe del tutto sproporzionato prevederne uno nuovo soltanto per la messa a norma e ristrutturazione dei servizi igienici». «La normativa - scrivono ancora i giudici - consente di derogare agli standard, limiti o vincoli previsti dagli strumenti urbanistici vigenti nel caso in cui si provveda alla rimozione o abbattimento delle barriere architettoniche». Tra l’altro, «assume un particolare rilievo nella vicenda» anche «il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici di Milano».

Quindi, «in presenza di tale favorevole atto di assenso, incombeva sull’amministrazione comunale un più puntuale e approfondito onere motivazionale al fine di negare l’intervento richiesto». Insomma, sostengono i giudici, non solo c’è una legge che assegna una corsia preferenziale alle opere destinate ai portatori di handicap, ma c’era pure il nulla osta della Soprintendenza. Ora, bisognava tirarla tanto per le lunghe, e aspettare tredici anni per il via libera a un intervento che il buon senso avrebbe dato per scontato?

Sic est, anche questa è l’Italia. Tredici anni per sapere che un bagno per disabili è cosa buona e giusta se necessaria, e un risarcimento di mille e 500 euro per le spese di giustizia. Briciole, di fronte all’assurdità della vicenda. Probabilmente, il signor Stefano nemmeno ci pagherà i costi dei lavori. Ma ora avrà il suo bagno. E guardandolo, forse, penserà che è lì che deve andare a finire il Paese della carte bollate. Per poi tirare la catenella.