Non ribellione ma controlli

La tragedia di Mineo, sei vite stroncate dalle esalazioni di una vasca di depurazione, ferisce e addolora tutta Italia. C’è una catena di lutti che non riusciamo a elaborare, che ci fanno dubitare del nostro status di Paese avanzato. Pietà non l’è morta, non accettiamo l’idea che il lavoro possa essere un Moloch alieno e crudele che esiga il sacrificio di vite, di famiglie annientate. Ma è importante anche il modo in cui reagiamo a questa sofferenza, al dolore e agli interrogativi che provoca.
L’indignazione non è sempre una buona consigliera. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, ha subito cavalcato l’onda dell’esasperazione e della protesta affermando che «il Paese si deve ribellare». Contro chi? Contro che cosa? La tragedia di Mineo non è inquadrabile negli schemi classici che delle morti bianche dà una visione ideologicamente datata e strumentale della lotta di classe. Questa vulgata spiega che le morti sul lavoro sono dovute alla ricerca del profitto a tutti i costi, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla mercificazione della vita, all’uso spregiudicato del lavoro nero. Ma in Sicilia sono morti lavoratori regolarmente inquadrati, quattro dipendenti pubblici e due privati, legati questi ultimi a un’impresa che si presume specializzata per il fatto che lavorava per l’azienda consortile della depurazione. Cosa dobbiamo supporre? Che l’azienda pubblica abbia colpevolmente cercato di lucrare? Tutto è possibile, ma è pensabile che, più di una criminale voglia di risparmio e di guadagno, abbia giocato una sottovalutazione dei rischi, l’ignoranza delle possibilità micidiali che una vasca di depurazione può provocare.
La tragedia di Mineo richiama la strage di Molfetta, dove cinque persone morirono intossicate in una cisterna. Anche lì, lo sfruttamento non c’entrava per niente, non c’erano lavoratori in nero o extracomunitari schiavizzati, c’erano quattro operai morti col loro datore di lavoro, perché nelle piccole imprese c’è una comunità di vita che può diventare anche di morte. Cosa deve fare il Paese? Ribellarsi alla solidarietà che è la regola delle piccole imprese e che spinge il padrone a calarsi nella cisterna per tentare di salvare l’ultimo operaio lanciatosi in aiuto dei compagni?
Bisogna prendere atto che non c’è bisogno di una ribellione, ma della diffusione di una cultura della sicurezza che giunga a permeare anche le piccole imprese, che sono maggioranza nel Paese e che spesso non hanno gli strumenti conoscitivi per realizzare tutti i presidi necessari ai lavoratori. Bisogna diffondere questa cultura del lavoro sicuro, non con la ribellione, ma con la collaborazione.
Il premier Berlusconi ha colto tutta la gravità della situazione ed ha inviato in Sicilia gli esponenti del ministero del Lavoro. A tanta sollecitudine devono seguire azioni concrete. Forse non servono leggi draconiane e inasprimenti di pene, le leggi sulla sicurezza ci sono già e sono comparabili alle altre norme vigenti in Europa. Bisogna intensificare i controlli, perché la cultura della sicurezza sul lavoro venga diffusa con l’energia che la situazione richiede.
Salvatore Scarpino