Non riconosco la mia Europa Troppi estremisti contro la Croce

Sono appena tornata dal Bangladesh, dove trascorro ogni anno parte del mio tempo in un piccolissimo ospedale in un Paese vicino al confine sud-ovest con l'India.
Si dice che per venire la prima volta in Paesi come questo si deve avere del coraggio.
Credo che il coraggio occorre averlo nel tornare per la seconda, la terza... e tutte le altre volte a seguire. Già, il coraggio di sapere cosa ti aspetta, cosa vedrai, cosa potrai fare. Ma soprattutto il coraggio di dovertene un giorno andare via e rientrare nella tua comoda e giornaliera vita. Il coraggio di tornare a far finta di niente, ad arrabbiarti se il lavoro non ti soddisfa, ad alzarti con la «luna storta», a lamentarti di tutto e di nulla mentre ad una distanza oggi risibile, il mondo è fermo a 50 anni fa e le persone che hai lasciato si affannano per un pugno di riso e per vedere il sole del giorno dopo e per così poco ringraziare Allah.
È un ospedale gestito dalle suore dell’Ordine Maria Bambina e da Padri Saveriani. Uomini e donne che hanno fatto dell’ecumenismo una ragione di vita. Uomini e donne che aiutano persone che soffrono indipendentemente dal dio che pregano. Uomini e donne che hanno donato la loro vita a Dio e da 30 anni ormai al popolo bengalese, che per l'80% è musulmano.
Persone stimolate a far conoscere realtà lontane ma che coinvolgono tutti nel nome dell’umanità e che si battono per aiutare persone la cui sola «colpa» è di essere nati molto al sud del mondo che conta (cosi almeno si è convinti che sia).
Anche in Bangladesh, grazie a sms ed una rete internet che funziona a singhiozzi e a giorni alterni, arrivavano notizie del nostro Belpaese. Impossibile non commentare la sentenza dell’Europa sul crocifisso. Ne ho parlato con Alfio, padre saveriano che da 30 anni vive in Bangladesh e vede Gesù Cristo in ogni malato, in ogni bisognoso, tutti i giorni.
E io sono un po' imbarazzata. Questa Europa non la riconosco. Da cristiana dissento da certe sentenze. Da cittadina europea, credo che la nostra Unione debba ancora compiere passi importanti per riconoscere le proprie origini, perché un continente senza storia difficilmente potrà avere un futuro.
Se pensiamo al significato della croce, che qualcuno vede come patibolo e non come simbolo di redenzione e vittoria sulla morte, non dovremmo meravigliarci più di tanto che si voglia far sparire il crocifisso. Oggi dalle scuole, domani dalle piazze, dopodomani dalle case e magari un giorno qualcuno mi fermerà per strada chiedendomi di nascondere il Rosario che porto al collo da anni.
È da quando Gesù è venuto sulla terra che trova gente che vorrebbe farlo sparire.
Cristo dà fastidio e l’uomo vorrebbe toglierselo dalla vista sperando che cosi lo si possa allontanare dal cuore; ma finché c’è qualcuno che sente questo fastidio c'è speranza che il suo messaggio di pace, unità e giustizia, anche se tra mille rifiuti, si faccia strada.
«Chissà che questa assurda sentenza non aiuti qualcuno - mi ha detto padre Alfio- a rendersi conto del valore intrinseco della croce e del messaggio che porta: amore e riconciliazione, non divisione e lotta. Giustizia e rispetto, non negazione e annullamento del diverso. Cristo non può volere il male dell’uomo, di qualunque uomo, a qualunque religione, razza e stato sociale appartenga, perché lui è Amore e dono di se per il bene di tutti». Ed ha aggiunto: «Tu pensi che se non fosse per questo noi missionari staremmo qui in Bangladesh? Oppure altrove dove c’è tanta gente che soffre e che è ancora crocifissa dall’egoismo, dal potere, dall’ingiustizia?» È vero, sono questi i crocifissi che dovremmo cercare di far sparire dalla faccia della Terra.
*Eurodeputato Pdl