LE NON RISPOSTE DI TONINO

Da settimane questo quotidiano incalza il deputato Antonio Di Pietro, leader-padrone dell’Italia dei valori, con una serie di domande sul suo patrimonio immobiliare, sulla gestione privatistica dei fondi pubblici destinati al suo partito, su comportamenti non precisamente commendevoli di alcuni suoi deputati, sui rapporti apparentemente non troppo limpidi tra suo figlio Cristiano e il funzionario dipietrista Mautone, sul misterioso modo («inquietante», lo definisce la Direzione investigativa antimafia) in cui è venuto a conoscenza che lo stesso Mautone era sottoposto a indagine ed ha quindi provveduto a trasferirlo e a proibirgli ogni contatto telefonico con l’inguaiato rampollo. Domande legittime, ci pare.
A maggior ragione considerando il fatto che «l’onestà» è l’unica ragione sociale del partito dell’ex pm, la sola giustificazione della sua presenza nel panorama politico italiano. Come ha ben scritto Michele Brambilla qualche giorno fa, «non c’è altro, nel pensiero di Di Pietro. Non un’ideologia, non una strategia economica, non una visione sulla politica internazionale, sulla scuola, sulla cultura, su qualsiasi questione etica che non attenga al settimo comandamento». Nulla: solo «mani pulite» e «trasparenza» attribuite a se stesso in contrapposizione agli intrallazzi, quando non alla pratica delle tangenti che, a suo dire, caratterizzano praticamente ogni altro soggetto fuori e dentro il Parlamento. Come poi possa avere la faccia tosta di sostenere questa parte uno che ha tanti scheletri nell’armadio (Mercedes, scatole di soldi, strani giri di case e favori, ambigui rapporti con alcuni inquisiti, inspiegabile e inspiegato abbandono improvviso della toga per buttarsi in politica) e come tanti italiani possano dargli credito, è ovviamente un altro paio di maniche. Ma questa è l’immagine che Di Pietro, aiutato dai suoi cantori, proietta costantemente di sé: il puro, l’immacolato.
Capirete bene che l’Incorruttibile è ancor più soggetto degli altri politici all’analisi del sangue sulla correttezza delle sue azioni. E quando sorgono ombre, più di altri avrebbe il dovere, oltreché l’interesse, di chiarire. Di qui i nostri quesiti. Che però hanno trovato un iniziale muro di silenzio. Abbiamo insistito, ma non siamo andati oltre qualche risposta obliqua e abborracciata. Sul caso Mautone, per esempio: «Ho saputo dalle agenzie», ha buttato lì il prode Tonino. «Falso!», ha dimostrato il Giornale. «Anzi no, è stato il mio fiuto», ha cercato di rimediare l’ex poliziotto, «e comunque è una stupidaggine mostruosa sostenere che qualcuno mi abbia rivelato segreti d’ufficio». Più che una spiegazione, una provocazione. Così, tirati a cimento, siamo andati avanti. Scoprendo altre cose non proprio nitide sull’operato di Di Pietro e del suo entourage, e chiedendogliene conto. Il risultato? Promesse di querele; insulti (il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti ha definito il nostro direttore «un paranoico pericoloso»); minacce di morte: «finirai appeso a testa in giù» hanno preconizzato a Mario Giordano i seguaci dell’Uomo tutto d’un pezzo. Il quale, giusto l’altro ieri, ha deciso di esibirsi in prima persona. Dev’essergli costato, perché come è noto con la lingua italiana non ha questa gran consuetudine, ma si è messo davanti al computer e ha scritto sul suo blog: ha definito la nostra campagna giornalistica «una ben orchestrata azione criminale». Ma non gli sembrava abbastanza e così è andato a frugare ancora nel suo repertorio: «un’associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso portato avanti da più persone a più livelli». Che volete farci: questo è il suo concetto di libertà di stampa.
Da qualche giorno, però, sta succedendo una cosa bizzarra. Anzi due. La prima è che non siamo più soli: anche altri giornali, da Libero all’Economist, hanno iniziato ad accorgersi che il leader dell’Idv è debitore di qualche chiarimento agli italiani. La seconda è che l’ex pm si è finalmente degnato di rispondere. No, al Giornale no. Ma a Vittorio Feltri, che gli poneva alcuni dei nostri stessi quesiti, sì. E ha risposto con grande gentilezza, quasi cerimonioso: caro direttore, grazie, lei mi ha dato l’opportunità di spiegarmi e anche un buon consiglio, ora modifico subito lo Statuto del partito; ecco qua, vede, d’ora in poi non sarò più solo io a maneggiare tutti quei milioni di finanziamento pubblico, perché l’ho fatto fino ad ora non lo so e comunque non glielo dico, però sono appena stato dal notaio e insomma: anno nuovo, vita nuova, come si dice, e se ha ulteriori consigli da darmi eccomi qua, pronto a riceverli.
Da quel gran giornalista che è Feltri, naturalmente, non si è fatto pregare e su Libero di ieri ha sottoposto a Di Pietro, «per aiutarlo a ripulirsi bene», altre sei questioni portate alla luce dal lavoro dei cronisti e dai commentatori del Giornale. Le riassumiamo. 1) Come si spiega la doppiezza fra l’associazione Idv (composta da Di Pietro, moglie Susanna Mazzoleni e fedelissima deputata Silvana Mura), che da anni incassa il finanziamento pubblico, e il partito Idv? 2) Come si spiega la gestione dei contributi elettorali del partito? 3) Come si spiega che fino a ieri fosse Di Pietro ad approvare i rendiconti Idv, senza altri controlli? 4) Come poté Tonino acquistare la casa di Bergamo all’asta dell’Inail se la legge glielo impediva? 5) Come si spiega il giallo dell’Idv che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro? 6) Come si spiega che Di Pietro seppe in anticipo che il provveditore alle opere pubbliche Mario Mautone era sotto inchiesta a Napoli?
Ora, noi non sappiamo se l’ex pm risponderà. Ma qualche considerazione ci sembra vada fatta. Innanzi tutto, se Feltri vuole «aiutare Tonino a ripulirsi bene» significa che a suo giudizio tanto pulito non è, e quindi anche lui ritiene che la campagna condotta per settimane in solitario dal Giornale ha un suo fondamento. Ci fa piacere. Ma attenzione: rispondere alle domande non è condizione sufficiente per «sbiancare» (come diceva Pacini Battaglia riferendosi all’allora magistrato) Di Pietro. È essenziale valutare che cosa risponde. E qui la faccenda si fa un tantino più complicata e forse si comprende anche perché l’ex pm sia disposto a fornire spiegazioni a tutti tranne all’unico quotidiano che gliele sta chiedendo da settimane. Non è che Tonino ha paura? Paura che noi - che ormai abbiamo fatto della questione un punto d’onore - non ci accontentiamo di qualche brandello di trasparenza allestito in fretta e furia e condito da pacche sulle spalle. Paura che servano risposte vere e, quindi, scomode, scomodissime per il Grande Moralizzatore.
Finora, per esempio, l’unica medaglia che si è davvero appuntata sul petto è la sbandierata modifica dello Statuto dell’Italia dei valori. Ma è una medaglia di ottone. Chi lo dice? Non noi «criminali», ma l’insospettabile Corriere della Sera, sotto l’eloquente titolo “Cambia poco”: «Dal triumvirato familiare a un organo politico ristretto ben lontano dal blind trust... I poteri sulla cassa passano all’ufficio di presidenza: Di Pietro e quattro fedelissimi». Non è con provvedimenti all’acqua di rose (vogliamo parlare del figlio Cristiano che si dimette dal partito ma conserva gli incarichi di consigliere provinciale e comunale?) o con risposte evasive che l’Incorruttibile può sperare di cavarsela. E a proposito: noi avremmo anche altre curiosità. Come mai ha fondato l’associazione Idv proprio il 26 luglio 2004, guarda caso il giorno prima del piano di pagamento dei rimborsi delle elezioni europee? Perché non spiega come mai se non si fidava più di Mautone, come ha dichiarato ai quattro venti, lo ha trasferito in un ruolo chiave del ministero e poi l’ha presentato in almeno due occasioni come il suo braccio destro? Ha niente da dire sulle sue spericolate manovre sulle autostrade del Nordest di cui parliamo in queste pagine?
Coraggio, Tonino: il lavacro l’attende. Ma è qui, in via Negri.