«Non scalerò il K2 per colpa di un sogno»

È l'unico alpinista ad aver conquistato il Nanga Parbat (8.126 metri) in inverno «Manca l'ultima vetta, ma mia moglie ha avuto una brutta premonizione... Noi italiani i più forti, basta piagnistei»

di Lucia GalliÈ il re degli Ottomila d'inverno, ma a tutti dice di essere solo l'ultimo a fare la doccia, quello, cioè, che smette dopo gli altri di allenarsi. Spiega così Simone Moro, 48 anni, il segreto della sua caparbietà: avere un sogno, fame per realizzarlo e pensare che nulla è impossibile. Nemmeno laurearsi l'unico uomo sulla terra ad aver scalato, per primo ed in invernale, Shisha Pangma (2005), Makalu (2009) Gasherbrum II (2011) e, da pochi giorni e dopo due tentativi negli anni passati, Nanga Parbat, quota 8.126. Bergamasco e fortissimo, con i compagni ha atteso da dicembre al 26 febbraio le sole ore di bel tempo stabile. Ora che è entrato una volta di più nella storia dell'alpinismo tutti lo cercano, lui risponde in tutte le lingue che conosce, senza perdere mai il senso comune e orobico del suo linguaggio. «Con le invernali ho chiuso», spiega, «ma tenterò ancora l'Everest senza ossigeno». L'ultima volta, dopo 4 ascese, rinunciò perché c'era più coda che «al casello di Melegnano».Come si torna a vivere poco oltre il livello del mare dopo tre mesi fra 4 e 8mila metri? «Facendo Islamabad Alto Adige e atterrando in una spa. Mi hanno ospitato: ho rivisto qui i miei, giocato con le bolle d'acqua e mio figlio, curato i miei geloni. Ho visto la neve cadere, ma da dietro una finestra al caldo. Ho pensato: che bello, perché sentiamo il desiderio di andare così lontano?».Se non lo sa lei!«Si chiama sogno!».E anche storia: nessuno la potrà eguagliare con 4 prime invernali«Vero: manca... la materia prima perché ora gli Ottomila sono stati scalati tutti tranne il K2 che io non tenterò perché mia moglie ha sognato che andava male. Non voglio verificare se ha ragione». Noia, sete, fame, freddo: al campo base cosa si soffre di più?«La sete: abbiamo bevuto per tre mesi l'acqua... del ferro da stiro, neve sciolta senza sapore». Il giorno della vetta procedevate a 100 metri di dislivello all'ora: traduca. «Sono 20 lentissimi passi in salita. E un minuto a boccheggiare. Otto ore in su, 4 in giù. Meno 40 C°, vento a 45 km all'ora. Avevo pure perso gli occhiali da vista sotto la maschera. Ma sono solo astigmatico: il panorama non me lo sono perso!». Ci sono un pakistano, una altoatesina, un basco... «Ed un bergamasco: Ali Sadpara, Tamara Lunger, Alex Txicon ed io. Sembra una barzelletta che, però, ci ha portato in vetta e vorrei che gli italiani ne fossero fieri». È una dedica? «Si. Oltre a Guenther, fratello di Reinhold Messner, scomparso sul Nanga Parbat nel 1970, ho dedicato la vittoria agli italiani e ai bergamaschi e l'ho detto anche a Le Monde».Che cosa? «Che loro pensano di essere i migliori, hanno come simbolo un bellissimo traliccio che chiamano tour, ma sugli Ottomila ci son andati tre mediterranei e un pakistano che cominciò come portatore». Orgoglio orobico? «Anche: al campo base se un generatore si rompe lo ripara un bergamasco. Se resta solo una mela, lui la taglia e la offre agli altri. Noi italiani dobbiamo guarire, smettere di piangerci addosso e credere nella realtà delle nostre forze, non solo nel potenziale». Perché non riusciamo? «Un po' perché siamo malati di esterofilia e un po' perché siamo abbandonati anche dalle istituzioni e mal governati. Ecco, altri in Europa sarebbero già scesi in piazza, noi invece non protestiamo e andiamo avanti».Euroscettico? «Ho spesso arrampicato a Kalymnos, nel Dodecaneso, non lontano dalle isole dove sbarcano di continuo i migranti. Oggi vedo che noi e i greci siamo soli. Non c'è unità politica, né finanziaria, né solidarietà. Noi abbiamo un cuore immenso, ma non basta più. Non è solo questione di quante persone si ospitano, ma anche di chi stai accogliendo. E senza risorse non si può controllare». Lei, da sempre è pioniere della tecnologia in alta quota, stavolta ha scelto il silenzio«La montagna è la metafora della vita: più alta è la posta, anche nello sport, più invidie ed incomprensioni vengono amplificate. Siamo umani». Lei però un reality l'ha fatto davvero, col merito di portare dopo anni la montagna in prima serata «E pago dazio per aver, secondo qualcuno, violentato la purezza della montagna, piegandola ad un tv-game. Io difendo il programma Monte Bianco. Tutto è perfettibile, ma vorrei che si capisse che non doveva essere né un corso di alpinismo in Tv, né un programma scientifico, bensì un modo per far capire il fascino della montagna a tutte le latitudini, anche in riva al mare».Avrebbe rinunciato, come Tamara Lunger, a pochi metri dalla cima e dalla storia?«Tamara è stata un'allieva di mia moglie. Lei, così giovane, si è dimostrata più saggia di tanti blasonati alpinisti. Poteva essere la prima donna di sempre sul Nanga e invece si è fermata per non compromettere la discesa di tutti. Procedevamo slegati, come si fa a certi livelli: se scivoli, almeno cadi solo. Perciò senza corda in discesa non ci saremmo potuti aiutare ed eravamo tutti sfiniti. Apprezzo Tamara perché anche io, in passato, ho rinunciato, ma lei non ha perso. La vetta è anche sua: senza la sua energia forse non ci saremmo arrivati». Sua mamma ha detto che anche aspettarla a casa è una scalata: lei ha mai atteso qualcuno? «No, semmai qualcosa: l'occasione, il bel tempo. Per questo, pur non sapendo che cosa si prova a stare a casa, so che parte della mia forza è sapere che ho qualcuno che mi attende e che mi capisce». Una figlia adolescente, un bimbo: come spiega loro il suo lavoro? «Martina studia danza e cinese, Jonas arrampica già come un piccolo caimano. Andiamo in montagna insieme, ma qualunque cosa facciano, vorrei che ci mettessero passione e disciplina. Quando la vita richiederà loro pazienza e sacrificio, spero potranno dire di ricordarsi dell'esempio di papà». Se avesse di fronte un giovane dell'Isis o che vuole radicalizzarsi ed una sola gita per provare a fargli cambiare idea? «Lo porterei sulla Presolana, il mio Everest, ad ascoltare il silenzio e a guardare verso il lago. Gli direi: che cosa vuoi davvero per te, pensa al tuo sogno non a quello che ti fanno credere attraverso la guerra».Alessandro Magno, dopo aver conquistato tanto, si girò e tornò indietro: lei? «Allora anche io! E punto verso il basso. Messner è il re degli Ottomila, chi è quello dei Settemila? Ne ho scalati 5 e sono stupendi: una cima è sempre una cima. Vorrei diffondere un'idea di alpinismo esplorativo e tecnico, recuperando il mio passato di climber. Inoltre i Settemila sono più pop con spedizioni più rapide, sostenibili e low cost». A proposito di costi: chi paga? «Grazie a Fineco e The North Face ho coperto circa il 50% delle spese, molto lievitate in tre mesi di attesa. Per il resto... dal campo base un pomeriggio ho delegato mio fratello a fare un bonifico. Ma spero in nuovi sponsor ora che sono arrivato in cima, grazie a Dio». Le resta l'elicottero... «In realtà ne ho comprato uno nuovo, me lo consegnano ad agosto in Nepal, anche lì, speriamo in bene per il saldo! L'elicottero è come quando hai una morosa a Barletta».Che fa, confessa? «Intendo dire che ti spari un viaggio pazzesco per vederla magari poche ore, ma sei felicissimo. Con il volo ritrovo l'entusiasmo del ragazzo e sono felice di fare del bene».Infatti lei è medaglia al valor civile per salvataggi al limite del possibile«È il mio lavoro, ora vorrei aprire una mia attività in Himalaya e decidere in proprio che tipo di servizi offrire, fra beneficenza, aiuto post terremoto, turismo anche». Ma allora sugli Ottomila, quota permettendo, non poteva arrivare in elicottero invece che in mesi a piedi? «Sembra un contrasto eh? Mi son voluto regalare una dimensione nuova da cui guardare il mondo come non l'avrei potuto vedere nemmeno a piedi». Gli ottomila non bastano più? Per sentirsi liberi ci vuole il cielo? «No, io mi sento libero a tutte le quote, ma me lo sono sudata. Ogni passo».