«Non sei maturo per fare il prete». E lui si uccide

Un giovane diacono di origini pugliesi ma residente a Orvieto, presso il seminario, si è suicidato gettandosi dalla rupe sulla quale la città è stata costruita. Il suo nome: Luca Seidita. Le ragioni del gesto sono state scritte dal ragazzo in una lettera, scritta al computer, ritrovata nella sua camera: il Vaticano aveva rinviato la sua ordinazione sacerdotale ritenendo che non fosse ancora pronto, e lui (il cui cammino seminariale aveva già conosciuto qualche intoppo) non ha retto all'umiliazione.
Nella lettera, Seidita spiega che diventare sacerdote era la ragione della sua vita, poi chiede perdono a tutti e si dice cosciente che il suo gesto non è giustificabile cristianamente. Appare forte in lui la delusione, tanto che parla di una distinzione tra «Chiesa» e «istituzione», tra la religione e gli uomini che la amministrano. Seidita parla anche della propria fragilità: dato, questo, confermato da quanti lo conoscevano, che lo descrivono come una persona di grande sensibilità.
Questo profilo ha fatto anche spuntare una pista gay, che però è stata ufficialmente smentita.
Si chiude qui la prima parte, mesta fino alle lacrime, di questa storia, nella quale i conti tornano fin troppo. Sensibilità spiccata, fragilità psicologica, molte delusioni alle spalle scavano in lui una voragine tra l'idea pura del servizio di Dio e la grossolana incomprensione umana, rappresentata dal Vaticano.
In realtà i punti oscuri permangono: non tanto l'ipotesi che fosse omosessuale (che non è in ogni caso una causa impediente al sacerdozio: lo sarebbe la pratica, non certo la tendenza) quanto la lettera scritta al computer, così completa in tutte le sue parti, così esageratamente chiara.
E poi tutta questa fretta di chiudere il caso come caso di suicidio. Non che ci sia da dubitare della buona fede degli inquirenti, però su un caso come questo, prima di chiudere le indagini sarebbe meglio compiere tutti gli accertamenti possibili.
Resta, per adesso, lo strazio per la morte di questo giovane. Al quale subentra però anche un certa rabbia alla lettura delle dichiarazioni del Vescovo di Orvieto, mons. Giovanni Scanavino, grande amico del povero Luca. Scanavino precisa infatti, nelle sue dichiarazioni dopo il fatto, che era stata la Santa Sede, per mezzo di un fax, a comunicare il rinvio dell'ordinazione di Seidita in quanto «non maturo» per fare il prete. Per lui, viceversa, Luca «era pronto a diventare prete».
Ho riletto queste parole più e più volte perché credevo di aver capito male. Invece avevo capito bene. Voglio immaginare che il dolore per la perdita di un caro amico abbia sconvolto la mente di mons. Scanavino al punto da indurlo a dire un'enormità simile. Come se lo stesso suicidio (sempre, come detto, che le cose siano andate davvero così) non fosse la dimostrazione matematica che la Santa Sede aveva perfettamente ragione. Purtroppo è chiaro come il sole, senza possibilità di discussione, che Seidita non era affatto pronto per fare il prete, perciò mi stropiccio gli occhi leggendo le parole di Scanavino, il cui senso - se un senso possono avere - è solo questo: che siamo nella società dello spettacolo, nella quale ciascuno può dire tutto quello che gli passa per la testa (o dalle parti della testa) a patto che le sue parole lo accreditino da qualche parte. Tutti dobbiamo accreditarci da qualche parte, tutti dobbiamo procurarci il lasciapassare per avere un posto nella società. Anche i vescovi. Così mons. Scanavino, incurante della perfetta assurdità delle sue parole, si accredita come vescovo moderno, la cui missione pastorale non lo esime dall'assumere una posizione critica nei confronti di ambienti ecclesiastici insensibili e fiscali. Anni fa scrissi un romanzo nel quale una ragazza mollata dal suo ragazzo sperava di riagganciarlo facendosi mettere incinta da un altro (non sto a spiegare il suo contorto ragionamento). Il titolo di quel libro, La nuova era, voleva richiamare l'attenzione non solo e non tanto sulle pratiche new age, quanto sulla tragica realtà di un dissesto della ragione nella nostra epoca, in cui i discorsi non hanno senso perché sono veri, ma per la posizione che fanno assumere a chi li tiene, per cui si può affermare qualunque cosa e dopo cinque minuti il suo contrario senza porsi eccessivi problemi.
Le parole di mons. Scanavino inquietano non poco: non soltanto perché fanno una questione di divergenze di valutazione davanti a un povero ragazzo morto, ma perché la loro assurdità, il loro disprezzo dell'evidenza dei fatti dimostrano uno stato di dissipazione della ragione che non può non comportare una dissipazione del patrimonium fidei, che ha nella ragione, oltre che nella Rivelazione, il proprio fondamento. D'altra parte quelle stesse parole potrebbero portarlo in qualche talk show importante: in fondo è portatore di una testimonianza diretta e di una posizione «forte» nei confronti della Santa Sede. Ci sembra che per un'ospitata in tv possa bastare.