Non sempre la notizia è un valore assoluto

Dopo aver sentito al telegiornale il giudizio di Mario Cervi alle restrizioni sulle intercettazioni telefoniche vorrei sapere cosa ne pensa l’altro «grande vecchio» del Giornale, ossia lei, caro dottor Granzotto. È d’accordo con Cervi nell’avanzare perplessità circa i provvedimenti che il governo si appresterebbe a prendere?


Con Mario Cervi è una vita che vado d’accordo, caro Lorenzo. Ci divide solo il giudizio su Napoleone, che per Mario ha portato tante belle libertà mentre per me era meglio che il nano di Ajaccio se ne restasse a casa sua invece di passare le Alpi per farla da padrone, incoronandosi re di qui e re di là, portando guerre e rubando che a paragone Arsenio Lupin non era nessuno. Ma non è solo l’identità di vedute, c’è anche che Mario è più saggio, più posato e meno intollerante di me. Quindi, sulla faccenda delle intercettazioni dovrei dargli retta e sposare la sua causa. E sarei pronto a farlo, lo giuro, se la mia colpevole testardaggine non vi si opponesse. Vede, caro Lorenzo, quando Berlusconi fa un passettino indietro tutti ne elogiano la ragionevolezza, l’equilibrio e il senso della misura. Io, al contrario, vedo rosso e mi andrebbe di urlare: «No, no, non cedere! Tira dritto!». Sarà che apprezzo il lavoro del rullo compressore, la sua azione lenta ma risolutiva, sarà che mi piace da matti l’insegnamento evangelico «il tuo parlare sia sì sì no no» (Matteo, 5,37) col sì che quando è un sì resta un sì, col no che quando è un no resta un no, ma la penso così. Poi c’è un fatto: si dice in giro che quello di dare una notizia sia un diritto/dovere del giornalista. E che se non la dà o se gli impediscono di darla tenendola celata, vien giù tutto l’ambaradam democratico. Perché la notizia è sacra. Eh eh. La notizia. Ai tempi di Mani pulite la notizia era quella dell'arresto di Tizio, Caio e Sempronio. Ci si riempivano le prime pagine. Titoloni, fotografie del malcapitato con gli schiavettoni ai polsi: la gogna mediatica. Poi, se Tizio o Caio o Sempronio finivano assolti e scarcerati, e mi dica lei caro Lorenzo se questa non era una notizia, niente. Quando andava bene, un righino di titolo in ventitreesima pagina. Per queste e altre ragioni, sulla connaturata sacralità della notizia io non ci ho mai creduto. Ciascuno se la sacralizza in proprio, secondo interesse, ideologia ed eventuale malandrinaggio professionale. Quella che per me è una notizia, mettiamo i dispiaceri giudiziari di un imprenditore ramo computer (obsoleti), per un collega a busta paga di quell’imprenditore diventato anche editore è solo spazzatura. Non degna di pubblicazione. E il bello è che la mancata pubblicazione non compromette, non fa nemmeno scricchiolare l’ambaradam di cui sopra. Non avendo dunque la notizia un valore assoluto, non può nemmeno essere posta a metro di misura delle libertà civili (non parliamo, poi, della pretesa che sia un diritto del giornalista venirne a conoscenza). Ergo, a mio parere il vietare, perseguendo il trasgressore, la pubblicazione di notizie o coperte dal segreto istruttorio o che si trasformano in gogna mediatica prima ancora che l’interessato sia sottoposto a giudizio o che devastano la privatezza di persone estranee ai fatti, mi pare una faccenda ragionevole, priva di effetti collaterali sulla tenuta democratica del Paese e della professione. Anzi, non mi pare nemmeno una notizia.