Non servirà a nulla far allontanare il Sovrintendente

Ho letto l'articolo a firma di Alberto Gagliardi e Nicolò Scialfa sulla questione del Carlo Felice e devo dire che sono rimasto piuttosto sorpreso. D'altra parte il titolo del «pezzo» probabilmente non dei due autori (Ha fatto benissimo, però cacciamolo) con allusione «a contrario» alle presunte colpe del Sovrintendente, centra molto bene la questione e suscita curiosità. A questo punto, a beneficio dell'opinione pubblica, sarebbe opportuno dare la parola allo stesso Sovrintendente (e, naturalmente, anche alla controparte). Mi pare che i due estensori dell'articolo non gli imputino sostanziali colpe ma nello stesso tempo suggeriscano di allontanarlo. Curiosa (ma non rara) contraddizione per due politici che comunque intendono sedare la controversia. Non so chi dei due sia la sottile e rapida volpe e chi il pacioso e intrigante gatto ma (anche) l'eventuale rimozione del Sovrintendente non può del tutto pacificare, per lo meno a livello dei contribuenti, la questione che è destinata, per l'ampiezza degli strascichi e l'insistenza della rottura (anche di scatole, per es. nei confronti degli abbonati e dei melomani genovesi in generale) a dare adito a non pochi sospetti.
Cerchiamo di capirci. O il Sovrintendente è competente o non lo è (o rispetta il suo contratto di lavoro o non lo fa). Lo stesso dicasi per la controparte (che lo avversa). Naturalmente per l'uno e per l'altra ci sono posizioni intermedie che rientrano in modo accettabile nell'alternativa secca proposta. Se non si ravvisa nella di rilevante per l'una e per l'altra parte (e qui fanno testo le norme giuridiche dei contratti di lavoro che stabiliscono diritti e doveri) occorre affrontare quella zona oscura che rientra nelle cosiddette relazioni aziendali, con l'intento radicale di chiarirla portando alla luce quello che c'è di personale e di interpersonale.
I contribuenti a questa chiarezza ne hanno diritto, quindi i genovesi tutti. Mi rendo conto che la soluzione proposta dai due «politici» sia la più liscia (in fondo, si può dire, anche dalla direzione orchestrale della Scala di Milano ha dovuto andarsene il maestro Riccardo Muti e quindi...) ma certamente sussisterebbe un tratto di insoddisfazione e di disagio che va risolto attraverso il chiarimento fino in fondo. Il che significa (prendendo come esempio il Teatro Carlo Felice) che Genova deve fare i conti con i suoi lati oscuri e le sue forme autodistruttive. L'avversione nei confronti del Sovrintendente sembra qualcosa di più di una dura controversia sindacale. E quindi ci sono tratti che, nascosti, agitano le acque prendendo a pretesto delle maschere concrete le quali hanno naturalmente un loro peso specifico. Alberto Gagliardi e Nicolò Scialfa, prima di fare i «politici», hanno lavorato (e lavorano) nel settore pubblico e sanno benissimo come certe situazioni funzionano quando si deve trovare un capro espiatorio e, ancor prima, quando si viene a creare il cosiddetto «nemico». Le motivazioni sovente sono futili e fanno tutte riferimento alla cosiddetta «bassa cucina ideologico-politica».
Di questi tormentoni Genova e l'Italia tutta ne ha da un pezzo piene le scatole e in particolare delle cosiddette lotte di cordate (combriccole o «mafiette») che all'interno della pubblica amministrazione, intendono mettere l'uno (l'amico) al posto dell'altro (il nemico) e, a tal proposito, inscenano (questo sì che è teatro) delle contese di lunga durata al fine di raggiungere una maggiore organicità, un maggior peso politico, una maggiore forza contrattuale. Spero che naturalmente non sia così nel caso in questione. Però fin che le cose non si chiariscono davvero, ogni sospetto è lecito (poiché l'intrigo e il pregiudizio ideologico-politico in determinati ambienti sovente sono la prassi corrente).
Mi pare, lo diceva lo zio Giulio (il senatore a vita Giulio Andreotti), che a pensar male si fa male ma di solito si ha ragione. In barba allo zio Giulio spero di essere in errore e che le maestranze tutte siano cortesi, gentili, buone, brave, oneste e belle, come una certa propaganda nel corso di lunghi decenni ha teso a rappresentarci (derivando, in chiave deamicisiana, questa tematica dal Proletkult degli anni '20 del secolo scorso).