"Non si fa crescita a costo zero": tutti i ministri contro Tremonti

Il premier a muso duro con Giulio: devi trovare le risorse per il
decreto sviluppo. Tagli in arrivo: ira di Romani. La Prestigiacomo: "Non
voto la legge di stabilità"

Roma - La distanza siderale tra Berlusconi e Tremonti si appalesa in Aula. Il premier parla, alla sua sinistra c’è Bossi e poi il ministro dell’Economia. Sono vicini, Berlusconi e Tremonti, quasi attigui ma lontani, lontanissimi. Giulio non fa una piega, non annuisce, non applaude. Quasi mai. Gli unici battimani arrivano quando il Cavaliere fa un riferimento alla mancanza di un’autorità europea «che possa emettere bond»; e quando cita la lotta all’evasione fiscale. Ma quest’ultimo è un applauso tiepido perché il premier aggiunge anche che «abbiamo un’economia sommersa che si può far emergere virtuosamente solo attraverso una radicale riforma fiscale». Per il resto Tremonti resta impassibile, freddo, distaccato. Ogni tanto un bisbiglio all’orecchio del vicino Senatùr con cui, poco prima, ha passeggiato a braccetto in Transatlantico. Ma l’uomo dei conti non si scompone. Sa di essere al centro dell’attenzione e dei malumori di una buona fetta della maggioranza e della quasi totalità del governo. Finito di parlare, il premier si risiede, Bossi si alza e se ne va e Tremonti rimane accanto a Berlusconi. Tra di loro c’è lo spazio di una sedia che sembra però grande quanto un mare. Poi, anche il ministro dell’Economia decide di lasciare l’Aula e sfila via. Silenzioso, senza un saluto, una stretta di mano, una pacca sulla spalle, un sorriso, uno sguardo. Niente di niente. I «faremo» annunciati dal premier in Aula continuano a cozzare con i «non possumus» del ministro dell’Economia. Più tardi i due si chiuderanno nell’auletta riservata al governo. Un colloquio blindato, blindatissimo, tanto che persino il portavoce del premier Paolo Bonaiuti, ad un certo punto, li lascia soli. Un faccia a faccia durato ben quaranta minuti dove Giulio continua a ripetere che i soldi non ci sono e Berlusconi che invece sì, ci sono, e li deve trovare lui.
C’è il nodo del «costo zero» ma non solo. Sul tavolo c’è sempre il decreto per lo sviluppo che nelle intenzioni del premier e della maggioranza deve dare una scossa all’economia. Ma per lo sviluppo servono quattrini. E c’è sempre l’ostruzionismo di Tremonti che continua a ripetere che di soldi non ce ne sono. A mettere il dito nella piaga il ministro degli Esteri Frattini: «Non vedo un decreto per lo sviluppo a costo zero». Il provvedimento, aggiunge il ministro, «avrà una parte a costo zero, ma un’altra parte con degli oneri e bisogna trovare le coperture». Il ministro dell’Economia farà ancora ostruzionismo? «È il consiglio dei ministri a decidere, sotto la guida del presidente del Consiglio», avverte Frattini. Una sconfessione alla rotta tremontiana che rimane nel mirino di colleghi e maggioranza. «È la linea Grilli/Tremonti che non va - ammette uno dei Responsabili - non si può solo e soltanto tirare la cinghia. Se il Paese non cresce si rischia grosso».
Tremonti è accerchiato e in rotta di collisione continua con il resto del governo. E un «tamponamento» si verifica addirittura in mattinata, prima che il premier riferisca in Aula. Al Consiglio dei ministri plana la legge di stabilità. Ed è subito scontro con il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani. La questione riguarda la bozza squadernata da Tremonti nella quale compare il capitolo «Modifica della destinazione dei fondi della vendita delle frequenze». In pratica una sorta di «scippo» al ministero dello Sviluppo. Una legge prevedeva infatti che il tesoretto recuperato dall’asta delle frequenze restasse al ministero di Romani. Peccato che il miliardo e 600 milioni di euro racimolati in più, ora Tremonti li voglia destinare per metà al ministero del Tesoro per esigenze urgenti e per l’altra metà mettere in un fondo ammortamenti titoli. Da qui l’ira di Romani. Risultato: tutto bloccato fino all’intervento risolutore di Letta. Ma restano le ruggini per i tagli agli altri ministeri. Come ad esempio quelli al ministero dell’Ambiente. Tanto che il ministro Prestigiacomo dichiara guerra: «Ovviamente non potrò votare né in Consiglio dei ministri né in Parlamento una legge di stabilità che di fatto cancella il ministero dell’Ambiente».