Non si è mai soli ad un bancone

di Andrea Cuomo

S i dice a Roma: chi mangia da solo si strozza.

La pena effettivamente è un po' sproporzionata ma l'intento del motto è positivo: intende sottolineare l'importanza dell'altruismo, invitando chi ha del cibo e lo consuma pubblicamente a condividerlo con gli altri. Un retaggio di quando gli alimenti erano scarsi ed essere generosi voleva dire essere riconoscenti con il destino che almeno per quel giorno era stato benigno con te.

Chi mangia da solo si strozza, dunque.

Epperò capita a chiunque di trovarsi da solo in un ristorante. Per scelta, per caso, per necessità.

E i ristoranti, diciamoci la verità, sono luoghi inospitali per i single esistenziali o di giornata. Tutto è studiato per una coppia, per un gruppo. Il cliente solitario è una scheggia impazzita, una variabile ingovernabile. Sfida un tabu sociale niente affatto trascurabile.

Qualche volta - rarissima - chi mangia da solo è un critico gastronomico. Di solito in questi casi prende appunti. Ma conosciamo gente che scribacchia su un taccuino al solo scopo di essere scambiato per il redattore di una guida senza esserlo, al solo scopo di avere un trattamento di favore.

Qualche volta è un parente stretto del critico: un gourmet in servizio permanente effettivo. Uno che va al ristorante proprio per andare al ristorante. Spesso gli amici lo hanno abbandonato, a volte è lui stesso che non vuole distrazioni dal suo compito, che è quello di godere di quella texture e di quell'abbinamento. è molto temuto dallo chef e dal personale.

Altre volte - le più tristi - è qualcuno che ha ricevuto una buca ma non ha voluto rinunciare alla prenotazione. È il più compatito dai camerieri. Alle volte insapidisce i piatti con il sale di qualche lacrima furtivamente versata.

Poi ci sono i commessi viaggiatori. I viaggiatori non commessi. I commessi non viaggiatori.

I solitari letterari.

Poi, negli ultimi anni, ci sono anche quelli che vanno al ristorante per conoscere persone. E questo è accaduto quasi esclusivamente grazie alla valorizzazione di un luogo che un tempo era o assente o trascurato in un locale e che invece oggi spesso è il suo nucleo centrale: il bancone.

Il bancone era un luogo marginale. Un angolo di servizio, in cui servire il caffè o un amaro al cliente di passaggio. Al massimo era l'approdo di chi doveva attendere che si liberasse il tavolo: qualche volta il titolare disponeva di offrire al cliente in lista d'attesa un drink, più spesso chi decideva di consumare qualcosa nell'attesa si ritrovava poi la voce sul conto.

Poi il bancone è diventato una sorta di tavolo aggiunto. Un modo per aggiungere qualche coperto nelle serate di piena. Il cameriere lo proponeva quasi vergognandosi al cliente di troppo: «Altrimenti se vi accontentate ci sarebbe quello...». Seguiva un'apparecchiatura frettolosa e un servizio raffazzonato per tutta la serata: eri un cliente non previsto, che cosa pretendevi?

Ora invece il bancone è il luogo chic. Vi si siede chi vuole farsi notare, chi vuole attaccare bottone con qualcuno, chi vuole dialogare con il bartender e carpirne i segreti, chi vuole tenere sotto controllo la situazione, perché dal bancone passa tutto e tutto succede.

Volete davvero ancora quel tavolino in fondo?