Non si possono dare lezioni dopo aver predicato la violenza

Le polemiche sulle dissennate invettive lanciate contro la polizia dal deputato Francesco Caruso all’indomani della morte del povero ispettore capo Filippo Raciti, ucciso secondo lui non dai teppisti ma da chi non avrebbe saputo addestrarlo a dovere, confermano anche l’esigenza di cambiare la legge elettorale. Che ci azzecca questo problema, mi chiederete alla maniera di Antonio Di Pietro? A costo di sembrarvi ingenuo, penso che con il voto di preferenza neppure gli elettori della Rifondazione Comunista avrebbero avuto lo stomaco di mandare alla Camera uno come Caruso. E forse neppure Haidi Gaggio Giuliani, approdata al Senato, sia pure in seconda battuta, subentrando come prima dei non eletti al compagno di lista Luigi Malabarba, dimessosi per farle posto.
Caruso ha detto quello che ha detto, i suoi colleghi e i suoi superiori condividendo e rilanciando le tesi proprio di Haidi Giuliani, che ha sempre incolpato le forze dell’ordine della morte a Genova del figlio Carlo nel 2001, per quanto egli fosse stato colpito mentre partecipava, non certo a mani nude, al devastante assalto ad una camionetta dei Carabinieri. Oltre o ancor «prima» di piangere per Raciti con la vedova e i due figli rimasti orfani, secondo la senatrice Giuliani «occorre fare pulizia negli apparati, cominciando a denunciare gli innumerevoli abusi commessi da uomini in divisa» e «riprendere con decisione l’opera di educazione democratica all'interno delle caserme».
All’ineffabile presidente della Camera Fausto Bertinotti, che ha cercato di prendere le distanze da Caruso dicendo di non esserne «l’angelo custode» e sostenendo che «l’hanno votato gli elettori», il nostro Mario Cervi ha opportunamente ricordato che «abolite le preferenze, l’elezione dipende dal posto in lista» assegnato ai candidati dai partiti di appartenenza, e quindi dai loro segretari. Che di fatto nominano i parlamentari, dai quali è poi inutile che cerchino di prendere le distanze. Bertinotti, d’altronde, aggiunge di suo al repertorio dei vari Caruso l’abituale invito a «trarre forza dalla piazza» mobilitata contro il governo, come sarà quella del 17 febbraio a Vicenza per dire no all’ampliamento della base militare americana, o la convinzione, appena ribadita in una intervista, che «la rivoluzione sia la verità». È quella stessa rivoluzione che Oreste Scalzone, scampato con la prescrizione all’esecuzione di una condanna per banda amata, eversione, rapina e non so cos’altro, dice di «voler fare tuttora». Di ritorno dalla Francia, egli ha appena rievocato con orgoglio proprio sul giornale del partito di Bertinotti la stagione dei «picchetti, scioperi, lotte di fabbrica, case occupate, sgomberi, carceri» del 1971.
Altro che ritorno ai collegi uninominali, anch’essi assegnati dalle segreterie dei partiti, e manipolazioni referendarie del premio di maggioranza o delle cosiddette soglie di sbarramento. Si abbia il coraggio, o la decenza, di restituire agli elettori il voto di preferenza per difendersi dai Caruso di turno.