«Non si può abbandonare un malato alla famiglia»

Pantaleo Fornaro è psichiatra, insegna psichiatrica e psicofarmacologia presso l’università di Genova ed è sicuro: «La legge Basaglia è una norma ottima, tuttora molto moderna».

Ma c’è un però, vero?

«Sì. Allo stato attuale, e gli omicidi degli ultimi giorni ne sono solo gli ultimi esempi, la Basaglia non funziona».

Perché?

«Perché non è stato fatto abbastanza dalle istituzioni per attuare in pieno lo spirito della legge. Intendo: per funzionare in una realtà come quella di oggi la legge 180, così com’è sulla carta, dovrebbe contare sulla contestuale operatività di molte strutture e professionalità che, allo stato attuale, mancano».

Per esempio?

«Partiamo dal gradino più in alto nella scala di assistenza che deve essere garantita al malato mentale: l’assistenza ospedaliera».

In Italia sono presenti molte realtà di eccellenza.

«Certo, ma che possono comunque solo operare in rapporto alle loro possibilità».

Cioè?

«Oggi un ricovero, anche in casi particolarmente gravi, dura in linea di massima una decina di giorni, e raramente supera le due settimane. Occorrerebbe invece che nei reparti psichiatrici, almeno quelli dei centri più importanti, fossero disponibili almeno una trentina di posti letto, a fronte della dozzina oggi mediamente in funzione; al contempo servono all’interno dei reparti spazi di socializzazione e riabilitazione per i pazienti, che invece troppo spesso, dopo una terapia farmacologica svolta a letto, vengono dimessi in anticipo sui tempi».

Fuori cosa li aspetta?

«Dovrebbero aspettarli strutture in grado di fare da “filtro” tra il ricovero clinico e il riaffidamento alle famiglie o ai servizi sociali».

Invece non ci sono?

«Esistono, ma sono insufficienti, sia come numero sia a livello del tipo di assistenza fornita».

Perché?

«Sono realtà spesso troppo piccole, da trenta-quaranta posti al massimo, alle volte gestite da privati più in ottica imprenditoriale che assistenziale. E anche il personale sanitario che vi opera non ha sempre le competenze o il bagaglio di esperienza necessarie. È già una fortuna trovarci degli specializzandi in psichiatria».

Uno dei principi guida della 180 è il rifiuto di assistenza di tipo custodialisitico, in favore di una di carattere terapeutico-riabilitativo: insomma, mira a reintegrare nel tessuto sociale il malato.

«E qui è rappresentata la caratura più alta della legge, la sua altissima vocazione umanitaria, e al contempo la componente più difficile da realizzare».

Cioè?

«L’assistenza sociale alle famiglie di malati psichici è oggi largamente insufficiente. Nella società odierna avere un parente schizofrenico, depresso o comunque mentalmente instabile è un problema di dimensioni enormi, e non soltanto di tipo affettivo».

Che altre problematiche comporta?

«Oltre a una potenziale pericolosità da parte del malato stesso, dal punto di vista economico e sociale un figlio o un fratello mentalmente malato sono una problematiche capaci di distruggere una vita. In molti casi l’assistenza di cui necessitano è costante e assoluta. Cosa che gran parte dei nuclei familiari non può affrontare autonomamente».

Cosa occorre fare?

«Fin da subito intervenire potenziando l’assistenza domiciliare. Sia in termini quantitativi - più fondi, più mezzi e più personale - sia dal punto di vista qualitativo - aumentare la professionalità delle figure professionali del settore».