NON SI PUÒ ESSERE ARBITRO E CAPITANO

Berlusconi si è dimesso e subito dopo il vertice della Casa delle Libertà ha candidato Carlo Azeglio Ciampi a succedere a se stesso come unica personalità in grado di garantire tutti. Ricordate con quanta insistenza la sinistra, finché era all’opposizione, invocava «pesi e contrappesi» (checks and balances)? Bene, prima ancora dell’incarico di governo e senza disporre di una vera maggioranza, la stessa sinistra già mostra la tendenza ad arraffare tutto e prendendo una deriva vagamente totalitaria perché rinnega il principio tante volte affermato e anzi gridato secondo cui non si può disporre sia del potere del controllore (il Quirinale) che del controllato (il governo) e per buona misura anche quello dei presidenti di Camera e Senato.
Durante il quinquennio berlusconiano il dualismo fra controllore e controllato è stato perfetto e severo: con stile impeccabile e senza sconti il presidente Ciampi ha fatto egregiamente il suo dovere rinviando anche al Parlamento le leggi che non lo convincevano. La separazione dei poteri è stata una garanzia per i cittadini. Ma adesso si parla con crescente insistenza di una candidatura di Massimo D’Alema al Quirinale, come controllore del governo della sua stessa parte politica.
La contraddizione è evidente e non riguarda la persona di Massimo D’Alema, un realista intelligente e stimato. Il problema è che non può fare da arbitro per quel che abbiamo detto e per due ulteriori motivi. Il primo è che è proprio lui il vero capitano della squadra dell’Unione, essendo Prodi e Fassino figure secondarie: ciò rende ancora più improponibile il suo ruolo di figura di garanzia. Il secondo motivo è che si tratta dell’ultimo leader del Pci, problema di cui sia D’Alema che il suo partito sono consapevoli, tanto è vero che hanno preferito non far correre apertamente un loro uomo per Palazzo Chigi perché l’elettorato moderato di sinistra rifiuta ancora il prodotto comunista. Ma è un’anomalia solo italiana: in nessuna democrazia al mondo il capo del partito più importante si nasconde dietro un prestanome.
In Italia invece abbiamo proprio questo elemento di inquinamento: il vero leader storico dei comunisti preferisce non candidarsi perché sa che questo titolo è un handicap presso lo stesso elettorato di sinistra moderata. Tuttavia pensa di poter scalare il Quirinale con una manovra di palazzo sottratta al controllo degli elettori. D’Alema avrebbe dovuto avere la presidenza della Camera ma è stato sgambettato dai suoi. Ed è proprio la sua fredda frustrazione a trasformarlo in candidato per il Quirinale come se il vero e più importante problema della Repubblica fosse quello di trovare per D’Alema un posto all’altezza delle sue aspirazioni.
Se un tale evento accadesse davvero, e questo D’Alema lo comprende perfettamente, esso sarebbe vissuto da più della metà degli italiani come la negazione del concetto di garanzia attraverso il sistema dei pesi e dei contrappesi che ha funzionato durante il governo Berlusconi. Se il progetto andasse in porto, quel che la gente capirebbe è che le sinistre avrebbero arraffato tutto, dai guardalinee di Camera e Senato all’arbitro del Quirinale, disponendo anche di ciò di cui Berlusconi non ha mai disposto, e che anzi ha avuto sempre contro: dalla Corte Costituzionale al Consiglio Superiore della Magistratura, dai poteri finanziari che possiedono i giornali alle amministrazioni locali. La scelta di Ciampi, invece, uomo stimato da tutti sia a destra che a sinistra, è una scelta per definizione sia onesta che garantista. Le altre, azzerando la distinzione fra chi controlla e chi è controllato, sono scelte che avvelenano i pozzi della democrazia.