Non si può più dire neanche «prostituta»

Ci risiamo. In Inghilterra fanno una legge che metterà al bando il termine «prostituta». D’ora in poi nel Regno Unito - ma probabilmente anche da noi, vista la rapidità con cui si propaga il virus del politically correct - non si potranno più chiamare in quel modo coloro che, insomma, fanno quel mestiere lì. L’intenzione di chi ha proposto l’espulsione dal vocabolario di quella parola è sicuramente tra le più nobili. Ma anche tra le più fesse. L’esperienza dovrebbe aver ampiamente dimostrato, infatti, che la modifica di certi sostantivi e aggettivi non è soltanto ipocrita (cambiando il vocabolo, non cambia la sostanza) ma è anche e soprattutto inutile. Perché il nuovo termine scelto per sostituire il precedente funziona solo per un po’; dopo di che viene a sua volta percepito come offensivo e va anch’esso sostituito con un altro ancor più agréable, dando vita a una sorta di catena di Sant’Antonio che va avanti all’infinito.
Facciamo qualche esempio. Una volta sui giornali, per non usare parolacce come checca, frocio o pederasta, si faceva ricorso al termine «invertito». Non solo sui giornali, in verità. Lo dicevano anche i genitori ai loro bambini quando li mandavano a giocare ai boschetti: «Sta’ attento agli invertiti». I bambini non capivano perfettamente che cosa volesse dire, però capivano quel tanto che bastava: bisognava stare attenti. In realtà gli «invertiti» di cui parlavano mamma e papà non erano proprio le «checche», ma quelli che oggi chiamiamo pedofili. Ma a quei tempi là, parlo di una quarantina di anni fa, non c’erano certe sensibilità, si metteva tutto nello stesso calderone. Comunque «invertito» è un termine che oggi ci fa orrore, ma allora era il politicamente corretto dell’epoca, si usava quello per non dire di peggio. Poi si è deciso che non stava bene e si è passati a «omosessuale»: più rispettoso. Ma in breve anche dare dell’omosessuale è diventato poco educato. E allora è spuntato «gay». Ma guarda caso, proprio ieri in tribunale si è discusso il caso di una professoressa che ha punito un alunno che - cito testualmente dall’Ansa - «aveva dato del gay a un ragazzino della scuola». Segno che anche «gay» è diventato un insulto, urge trovare un sostituto.
Si potrebbe andare avanti a lungo, magari partendo dagli Stati Uniti, dove questa moda è partita. Si voleva eliminare il pessimo «nigger», e si è passati al «black». Benissimo. Ma solo per qualche anno: poi anche «black» è diventato una cosa brutta e si è arrivati al «colored», colorato. Ma di quale colore? I bipedi gialli o rosa non sono anch’essi colorati? È chiaro che oggi dire «colored» è come dire «negro». E ancora: da «serva» a «cameriera» a «domestica» a «colf». Da «spazzino» a «netturbino» a «operatore ecologico». All’università studiai, per un esame, le opere di carità della Lombardia dell’Ottocento: commoventi, ma si traducevano nella realizzazione di «Pii istituti per storpi, rachitici e deficienti». Non erano insulti, allora. Però a un certo punto si è deciso che lo erano. Ed è nato il termine «handicappato»; poi «portatore di handicap»; poi «disabile»; fino all’attuale «diversamente abile». L’ossessione di nascondere non solo le malattie serie, ma anche semplici caratteristiche poco à la page, ha portato ai grotteschi «di taglia importante» in luogo di «obeso» e «verticalmente svantaggiato» invece di «basso».
Ora sparisce «prostituta», che già era un passo avanti rispetto a puttana, battona, zoccola. Sparisce. E per essere sostituito con che? I cervelloni che lavorano al Criminal Justice and Immigration Bill hanno, per il momento, buttato lì «persona», forse non pensando a quale razza di confusione si andrebbe incontro. Ma ammettiamo pure che presto il termine venga precisato. Ad esempio il Daily Mail, dando notizia della bozza di legge, per non usare più prostitute ha usato sex worker. Più rispettoso? Può darsi. Ma facciamo una scommessa: provate, tra qualche mese, a dare del figlio di una sex worker al vostro capoufficio, e vedrete.
Non sarebbe più semplice accettare una volta per tutte il fatto che essere storpi, rachitici, deficienti, serve, spazzini, negri, omosessuali eccetera non è né una colpa né tantomeno un disonore? (Dimenticavo, nell’elenco, proprio le prostitute. Beh, forse vanno ricordate le parole di un certo Gesù: «Ladri e prostitute - ha detto ai suoi discepoli - vi precederanno nel regno dei cieli». Vi basta?).
Insomma. Diamo due sberloni a chi prende in giro il suo prossimo, piuttosto. Ma liberiamoci dalla condanna della revisione ad oltranza.
Michele Brambilla