Non si può volare con la zavorra di Prodi

L’asta per la cessione dell’Alitalia si è conclusa, per il governo, con un sonoro, costoso e imbarazzante flop. Sette mesi gettati al vento per poi ricominciare da capo, con le idee ugualmente confuse e con una situazione aziendale ancor più deteriorata. Ieri il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, ha mestamente sottolineato che non c’è spazio per utilizzare la legge Marzano per il commissariamento dell’azienda. Oggi, il ministro Padoa-Schioppa, con la scusa dell’italianità dell’Alitalia, presenterà in Commissione le sue idee per tirare ancora in lungo senza risolvere il problema. Da Palazzo Chigi intanto comunicano, con l’aria di dire che non c’è da preoccuparsi (loro, del resto, non si preoccupano mai di nulla) che «Alitalia ha ancora liquidità sufficiente» senza precisare che l’Alitalia, perdendo un milione e mezzo di euro al giorno (tre miliardi di vecchie lire al giorno, per rendere meglio l’idea) ha del capitale pubblico da scialacquare ancora per qualche mese prima di portare i libri in tribunale, visto che non ci sono all’orizzonte delle misure credibili per invertire il corso dissipatorio delle cose.
Che l’asta dell’Alitalia sarebbe finita in un bluff, lo avrebbe saputo prevedere anche un bambino della quinta elementare al quale la maestra avesse posto il quesito, con adeguata semplicità e lentezza. Il tema al quale non hanno saputo (o meglio, voluto) rispondere i Soloni del ministero dell’Economia, consiste in questo: il bambino dica se un’impresa che sta perdendo un milione e mezzo di euro al giorno, in presenza di un mercato fortemente competitivo, può essere appetita da qualcuno pur non toccando alcuna delle sue salassanti voci di costo.
La risposta del bambino senza cattedra né master sarebbe stata sicura, diretta e univoca: se l’Alitalia viene venduta incatenata nei vincoli che l’hanno portata verso il fallimento, nessuna impresa al mondo sarebbe sicuramente interessata ad acquistarla e, in ogni caso, nessuna sarebbe in grado di rimetterla in carreggiata. Cosa, del resto, che si è verificata puntualmente anche se, dietro al colabrodo dell’Alitalia, esiste comunque la sua clientela nazionale che, nonostante tutto, rimane numerosa e redditizia e quindi è anche sicuramente molto appetibile. Ma non lo è al punto da far superare gli handicap di cui soffre l’Alitalia così com’è, e così come, in base ai desideri dei Prodi e della Triplice sindacale, dovrebbe rimanere.
Allora, perché i Soloni del ministero dell’Economia, guidati da Romano Prodi (che di imprese decotte vendute per quattro soldi se ne intende fin dai tempi delle sue rovinose presidenze dell’Iri) hanno imboccato una strada che, da sempre, si sapeva, con grande chiarezza, che avrebbe portato contro un muro? E perché, adesso, rischiano di insistere in una direzione sbagliata?
La spiegazione è semplice. Il governo Prodi, come del resto lo ha ampiamente dimostrato anche la vicenda delle pensioni, è trade union’s addict, è sindacal dipendente. Nel senso che non può fare a meno di eseguire ciò che la Triplice gli chiede, anzi gli impone. E quando la Triplice gli chiede di fare delle cose che, come si diceva una volta, non stanno né in cielo né in terra, il governo Prodi, pur sapendo che esse sono dissennate, le fa ugualmente perché spera di tirare le cose a lungo. Il suo obiettivo infatti non è quello di governare, né quello di vivere ma solo quello di sopravvivere.
Pretendere di riuscire a vendere una compagnia aerea che perde più soldi di quanto un capretto sgozzato perda sangue, ponendo, come condizioni, che l’acquirente non riduca l’occupazione, mantenga le rotte (anche quelle meno redditizie) e si impegni ad assicurare l’italianità dell’impresa, significa, chiedendo l’impossibile, cercare la luna nel pozzo.
Le agenzie hanno raccontato che domenica scorsa, dopo una lunga sgambata in bicicletta, Prodi, incontrando i cronisti sotto i portici arroventati di Bologna, ha detto, con riferimento al flop dell’asta Alitalia, tra uno sbuffo, un sospiro e un sorriso di sguincio: «Si è concluso un processo come non volevamo, adesso stiamo riflettendo su che cosa fare per il futuro». Il processo si è concluso, forse, «come non voleva» Prodi. Di certo si è concluso come Prodi aveva scelto, ingessando l’Alitalia e poi presentandola ai possibili acquirenti come se fosse una centometrista e dichiarandosi disposto a cederla solo a condizione che gli acquirenti la tenessero mummificata come la preferiscono i sindacati. E ciò a beneficio dei dipendenti tutti e, sinora, a danno dei clienti Alitalia e dei contribuenti italiani che le ripianano ogni anno il bilancio.
Non a caso il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, sceso dal pero per un attimo, si è domandato: «Non vorremmo scoprire che l’unica strategia sia la liquidazione dell’Alitalia». L’ipotesi, a dire il vero, non è campata per aria. Ma la responsabilità della possibile liquidazione dell’Alitalia sarebbe tutta di coloro che impediscono il risanamento dell’Alitalia, cioè di Angeletti e dei suoi amici. Non del fato.
Anziché passarsi di mano il cerino dell’Alitalia, facendo seguire un flop all’altro, e guardandosi poi attorno per far capire, stupiti (come nella gara degli schiaffoni) che la responsabilità è degli altri, l’unica decisione giusta, a questo punto, sarebbe quella di indire un’asta internazionale senza condizioni politiche in cui vincerebbe, in chiarezza e trasparenza, chi offre di più per acquisire la totalità del pacchetto pubblico dell’Alitalia e lasciando poi, a questa società, le mani libere per ristrutturarla. Ma questo governo (e i sindacati che gli stanno sopra) le mani libere non le vuol lasciare a nessuno. Preferisce il Gosplan. Anche a costo di far perire l’Alitalia. A fin di bene, si intende.
E come, ai tempi melodrammatici di Trieste italiana, le cantanti con poca voce si avvolgevano nel tricolore per riuscire a strappare comunque l’applauso di un pubblico refrattario, oggi Padoa-Schioppa evocherà in Commissione anche il tema, ormai decotto, dell’italianità dell’impresa. A proposito di questo vincolo, grottesco nel 2007, vale la pena di registrare l’opinione al curaro del numero uno dell’Unicredit, Alessandro Profumo, che, reduce dal suo clamoroso shopping bancario in centro Europa, ha ricordato che l’italianità di un’impresa è un concetto ottocentesco ed autarchico, pieno di polvere ed ammuffito. Un concetto che non tiene assolutamente conto della realtà attuale europea e mondiale. Non a caso, il suo gruppo bancario, l’Unicredit, che pure ha il suo quartier generale nel centro di Milano, deve rispondere, ha detto Profumo, in termini di redditività, solo al suo azionariato che, non a caso, ormai parla, in maggioranza, tedesco e inglese.
Pierluigi Magnaschi