«Non si rovina un Paese in nome del nucleare»

Yusuf Saanei critica la politica del presidente Ahmadinejad: «Solo un referendum può dirci se l’energia atomica sia una priorità per l’Iran»

Gian Micalessin

da Qom

«Nessuno può condurre alla morte e alla rovina un Paese in nome dell’energia nucleare. Né chi comanda qui, né chi comanda gli altri Paesi». Il grande ayatollah Yusef Saanei, il «discepolo prediletto», colui che con un doppio «gran rifiuto» rimise all’imam Khomeini prima la carica di membro del Consiglio dei Guardiani e poi quella di Procuratore Generale, continua a navigare controcorrente. A 79 anni suonati questo maestro di Giurisprudenza islamica, annoverato tra le dieci autorità religiose più importanti del Paese, non perde le abitudini di fustigatore. Nel 1985 quando vide le speranze rivoluzionarie trasformarsi in regime abbandonò le sue cariche, ringraziò Khomeini e si ritirò tra le cupole dorate della città santa di Qom. «Ero andato a Teheran per sviluppare la cultura - ricorda - ma quando vidi nascere qualcosa contrario alle mie speranze feci i bagagli e ritornai a Qom». Ma da vent’anni continua a frustare governi, presidenti e autorità religiose. E in questa intervista al Giornale non perde l’occasione per ridimensionare la corsa al nucleare, il presidente Mahmoud Ahmadinejad e gli altri restauratori di regime.
Il nucleare non sembra entusiasmarla.
«Sul nucleare devono decidere prima gli esperti e poi il popolo. Solo un referendum può dirci se il Paese lo considera una scelta prioritaria. Sul piano internazionale l’Iran non può imporre la propria decisione e deve sforzarsi di trovare una posizione comune. Il dialogo è l’unica soluzione possibile».
Il vostro presidente ha usato una frase dell’imam Khomeini per attaccare Israele e minacciarne la distruzione. Era lecito ripetere quelle parole?
«Lui stesso ha ammesso di averle usate a sproposito. Il problema vero è che nessuno può permettersi di replicare le parole dell’imam. Solo chi si avvicinerà al suo livello potrà ripeterne le dichiarazioni».
È lecito minacciare Israele e negare l’Olocausto?
«L’Iran non ha alcun bisogno di queste discussioni, oggi è assai più importante e urgente dedicarsi ai problemi dei giovani e dei disoccupati evitando di mettere il resto del mondo nella condizione di attaccarci».
Teme un attacco americano?
«La nostra posizione internazionale oggi è disastrosa, ma nonostante questo resto ottimista e ritengo che gli americani non ci attaccheranno».
Certe dichiarazioni dei vostri leader sembrano puntare all’effetto opposto.
«Se lo fanno sbagliano di grosso perché il più gran peccato è versare inutilmente il sangue del popolo, ma io spero che alla fine tutti ritrovino la via del dialogo».
L’unico dialogo, per ora, sembra quello sull’Irak.
«Peccato che parta da posizioni sbagliate. Gli americani ci chiedono di non interferire nel governo del Paese. Noi chiediamo agli americani di ritirarsi. Nessuno sembra chiedersi quale sia la posizione degli iracheni. Se qualcuno cominciasse a dar retta a persone sagge e rette, come l’ayatollah Sistani, la soluzione sarebbe a portata di mano».
L’ayatollah Sistani, massima autorità religiosa sciita in Irak, contesta l’identificazione tra potere religioso e potere politico, quella «Velayat faghih» cardine della vostra Costituzione teocratica. L’Iran può abolirla ed evolvere verso la democrazia?
«La “Velayat faghih” è parte della Costituzione e va per ora rispettata perché solo la Suprema Guida può abolirla, ma un’evoluzione che passi attraverso un cambiamento della Costituzione non è proibita».
Oggi qualcuno propone addirittura un governo islamico.
«A questo non s’arriverà mai. Un governo islamico è una dittatura uguale a quella dei talebani. In un regime del genere il popolo non conta più nulla e una Repubblica islamica non può ignorare il popolo».
Comunque la maggioranza del Paese sembra sempre più indifferente e distaccata.
«Finché un Consiglio dei Guardiani di sei persone deciderà chi candidare alla presidenza e finché la gente non potrà partecipare alla gestione del potere l’indifferenza crescerà. Il governo deve imparare la trasparenza, un giornale può venir chiuso, ma bisogna spiegarne il perché. Nelle università ci possono essere problemi, ma bisogna affrontarli, non negarli. La trasparenza è libertà. Senza trasparenza qualcuno può farti arrestare perché porti i capelli lunghi».
Intanto vogliono tornare a imporre lo chador alle donne.
«Con le imposizioni non si va da nessuna parte, quand’ero procuratore generale non ho mai fatto nulla per imporre il velo o lo chador».
Lei padre della dottrina islamica di questa Repubblica, sembra molto diverso da chi la governa. Che Iran sogna?
«Un Iran sotto il segno dell’islam e un popolo iraniano padrone dei propri diritti».