«Non si trattano i diritti Tv con la pistola sul tavolo»

Alfredo Cazzola, presidente del Bologna, bacchetta i ribelli: «Diritti collettivi? Falso problema. Va ripensato il calcio»

Franco Ordine

Caro presidente Alfredo Cazzola, vuole intervenire sul tema minato dei diritti tv?
«Mi permetta alcune distinzioni: il basket non è il calcio. Esiste un forte differenziale ed è bene non fare confusioni. Ma ci sono altre analogie che si possono segnalare».
Esatto, veniamo alle sue...
«Oggi sono nel calcio, al Bologna, ieri ero nel basket, con la Virtus che viene considerata dall’ambiente la Juventus della pallacanestro. Capisco perciò le esigenze di chi si deve misurare sul fronte interno del campionato domestico e poi competere, a livello europeo, con le altre armate che in molti casi godono di risorse maggiori. Juventus, Inter e Milan sono tutti gli anni in prima fila nella Champions league: è un onere oltre che un grande onore».
Ecco la questione di fondo: come si conciliano le due esigenze?
«Sgomberando il campo da una serie di luoghi comuni e di false soluzioni. Per esempio: sostenere che l’accordo sui diritti tv è il tappo da far saltare per brindare al nuovo calcio, una bacchetta magica cioè, è un clamoroso falso ideologico».
Bella forte come espressione, ma dove vuole arrivare?
«Voglio per esempio sostenere che bisogna ripensare il settore ma senza trascurare alcuni aspetti fondamentali, come l’afflusso di pubblico negli stadi. Secondo l’ultima tabella pubblicata da il Sole 24 ore siamo gli ultimi, quanto a presenze, dietro Inghilterra e Germania che non godono certo di condizioni climatiche migliori rispetto al nostro Paese».
E poi?
«Penso al sovraffollamento di squadre in serie A. Venti squadre sono troppe e aggiungo purtroppo: bisogna ridurne il numero. Furono il frutto di un infelice intervento della politica per sanare la questione Catania e ne paghiamo le conseguenze».
Dopo aver curato la crisi di pubblico e rimodellato i campionati, cosa farebbe?
«Io ho un debole per l’organizzazione degli sport americani. E al loro modello mi rifaccio per ricavare qualche suggerimento. Penso alla figura del commissioner il quale, su delega dei proprietari dei club, gestisce i proventi e li divide sulla base di condivisi parametri. Mi chiedo: è possibile applicare la scelta anche nel calcio italiano? La mia risposta anticipata è sì, a condizioni precise».
E cioè?
«A condizione che le nuove regole siano scritte dai singoli proprietari dei club e non imposte da altri soggetti. Solo così la Lega professionisti di Milano può diventare la vera confindustria del pallone. Altrimenti continueremo a registrare lamenti di ogni genere».
Proprio ieri a Milano, Carraro ha benedetto la strada del negoziato...
«Ottima decisione. Ma bisogna togliere dal tavolo le pistole, cioè la minaccia di far saltare per aria il campionato con la minaccia di boicottare le partite delle grandi. In questo clima non si va da nessuna parte».
Sempre Carraro ha suggerito di fare un accordo prima del 9 aprile, del voto politico per evitare che poi siano i partiti a trattare la materia...
«Sarebbe un autentico disastro. Che Dio ci liberi da questo flagello. Le società di calcio sono delle spa, i loro amministratori devono firmare dei bilanci, rispondono al codice civile. Condivido l’appello del vice-premier Fini: cari politici state lontani dal calcio».
Oltre alla serrata minacciata da Garrone, il livello degli insulti e delle offese ha raggiunto livelli di guardia...
«Ecco un altro punto: non possiamo offenderci tutti i giorni, sui giornali, e pensare che così sia possibile costruire una qualche riforma condivisa. Io lo dico per l’esperienza accumulata: di questi problemi bisognerebbe discutere nei silenzi ovattati degli uffici, senza che arrivi una sola eco sui giornali».