Ma non si uccide così un sogno

«Ho un sogno». Chi non l’ha mai detto, sentito, sicuramente pensato.
Chi non ha mai voluto essere migliore di quello che è, avere qualcosa
in più, sognare per vivere. Oscar Pistorius in questo è uno di noi: ha
due gambe in meno, è vero, ma ha una testa forse anche migliore e una
caparbietà che molti di noi

«Ho un sogno». Chi non l’ha mai detto, sentito, sicuramente pensato. Chi non ha mai voluto essere migliore di quello che è, avere qualcosa in più, sognare per vivere. Oscar Pistorius in questo è uno di noi: ha due gambe in meno, è vero, ma ha una testa forse anche migliore e una caparbietà che molti di noi - noi che ci chiamiamo «normali» intendo - non conoscono. Nello sport sono in tanti a parlare di sogno, tutti i giorni, basta sfogliare la retorica di cui ci riempiamo le giornate. Per dire: il tecnico Ranieri sogna di vincere lo scudetto, il motociclista Melandri sognava una Ducati, il pugile Malodrottu ha sognato il titolo mondiale, il calciatore Van der Vaart sogna di giocare con Del Piero, Berlusconi ha visto realizzare il sogno del tridente brasiliano.

Tutto letto e scritto e solo nelle ultime pagine di storia quotidiana. Poi però c’è Oscar Pistorius. Lui sogna. Oscar sogna le Olimpiadi, quelle che tutti gli atleti vogliono almeno una volta nella vita, il miraggio, l’obbiettivo, il sogno appunto. Ma non quelle per gli sportivi con qualcosa in meno e un cuore così in più, Pistorius vuole quelle vere, vuole la Cina, Pechino, quei 400 metri di pista che ti fanno entrare la vita nelle ossa. Diciamolo subito: la decisione della federazione internazionale di atletica che gliele ha definitivamente proibite probabilmente non poteva essere diversa, il regolamento parla chiaro, non tutti i sogni si possono realizzare, al contrario non sarebbero tali. Eppure - tanto per dire - le parole di Luca Pancalli, il numero uno del Comitato Paralimpico Italiano, fanno pensare nella loro lampante normalità: «Per ironia della sorte non avrei mai pensato di svegliarmi un giorno ed apprendere che un ragazzo senza gambe è avvantaggiato rispetto a chi le ha». E Pancalli, che dalla sua sedia non si potrà mai più rialzare, è uno che in fondo ha sognato e ha vinto.

Pistorius, invece, ha solo 21 anni, non ha mai avuto i talloni e le gambe le ha perse quando aveva 11 mesi, esattamente il giorno in cui ha cominciato a sognare. Ecco perché un giorno decise di fare qualcosa per quelli come lui e di dimostrare qualcosa a quelli come noi. Decise di fare atletica, s’inventò due protesi al carbonio, quelle lame che mette nel borsone e che tira fuori ad ogni corsa neanche fossero dei pattini. Solo che lui non ha piedi a cui metterli, ma solo gambe mozze da muovere. Oscar Pistorius però ha cominciato a correre e con lui corrono tutti quelli che hanno un sogno nella vita, qualcosa d’impossibile a cui non ci si vuole arrendere. Con lui dovremmo forse cominciare a correre anche noi, ma Oscar è diventato «the fastest thing on no legs», che suonerebbe carino se non fosse che la traduzione è più o meno «la cosa più veloce sopra il nulla al posto delle gambe», la cosa - avete capito? - detto da noi che le gambe ce le abbiamo.

Una cosa, insomma, non un uomo, anche se George Bernard Shaw diceva che «certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perché? Io sogno cose mai esistite e dico: perché no?». Ecco perché allora Oscar è come Shaw: un uomo. Un uomo di quelli che abbattono barriere, che mettono asticelle più alte, che sognano di arrivare sempre più in là del possibile. Uno come noi, che ora stiamo qui a giudicare, a discutere, a dire che sì - è vero - in fondo Oscar alle Olimpiadi non ci sarebbe andato lo stesso perché il suo tempo non entra nei parametri «normali» e che sì - è vero - Pistorius è l’unico che nei 400 metri in pista va più veloce nell’ultima parte di gara perché non c’è uomo al mondo che sarebbe capace di farlo. Perché non è normale.

Già, le regole, la normalità: tutto vero, perfino troppo reale. Oscar continuerà a combattere, noi però sappiamo come andrà a finire: sarà tutto normale, anche se - volendo - qualcuno una volta ha detto che non si uccide così un sogno. Mi riprometto: ci penserò stasera, scendendo le scale per andare a casa. Con le mie gambe.