Ma non si veda l'eutanasia dove non c'è

È venuto il momento di staccare la spina alle polemiche sull’eutanasia: che da quanti la combattono è evocata ogni momento, e nelle situazioni più disparate e meno appropriate. Così diventa confuso un dibattito che pure è necessario.
Una recente tristissima vicenda ha riproposto i terribili interrogativi di sempre sul confine tra la vita e la morte, sui limiti e sull’inutilità delle terapie quando sia stato raggiunto, nell’esistenza d’un essere umano, il «punto di non ritorno». Avrete probabilmente già letto o sentito, ieri, della rivelazione fatta da Nadia Battajon. Questa dottoressa, che lavora in un ospedale di Treviso ed è specializzata in patologie neonatali, ha sospeso le terapie farmacologiche per un bimbo di cinque giorni affetto da gravissime malformazioni, e senza alcuna speranza di ripresa. La decisione è stata presa con l’assenso della madre, che teneva tra le sue braccia il piccolo mentre si spegneva.
Da personaggi autorevoli è stato sottolineato che anche la Chiesa ammette questa rinuncia a cure intensive quando assicuri a chi ne è oggetto solo un piccolo e penoso rinvio dell’inevitabile fine. Ma c’è chi non s’è acquetato. La locale Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo «per atto dovuto». Ma monsignor Paolo Magnani, vescovo emerito di Treviso e commissario della Cei per la dottrina della fede, non si è limitato a un intervento formale. Ha usato espressioni già usate per deplorare la sentenza su Eluana Englaro, espressioni che incidono sull’essenza del problema. «Bisogna far luce - ha detto - su ciò che è davvero accaduto e su quali fossero le reali condizioni. L’abbandono delle cure non può essere ammesso..., la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile».
Tante volte abbiamo sentito ripetere questi principi, che hanno una loro indubitabile nobiltà e drammaticità. Ma è opportuno appellarsi ad essi per il neonato di Treviso, apparentando così l’estinguersi di quella fiammella all’immane tragedia di Eluana e del padre? No, io credo che non sia opportuno: sennò si rischia di battersi non in favore della vita, ma in favore di sofferenze superflue. Una precisazione. Per quanto riguarda Eluana io sto con il padre, o piuttosto sto con il senso comune di tanta gente che, non essendo in grado d’affrontare le luci e le tenebre d’un dibattito filosofico, si attiene alle sue reazioni istintive. Ma capisco rifiuti che non hanno nulla di meschino, e che affondano le loro radici nella fede e nella morale.
Però il bimbo di Treviso non c’entra. L’eutanasia è un’altra cosa, e un’altra cosa ancora è l’accanimento terapeutico. Se si fa d’ogni erba un fascio, troppi episodi di vita e di morte che costellano il doloroso cammino su questa terra rischiano d’assumere contorni inquietanti. L’ombra d’un abuso che somiglia a un crimine incomberebbe su ciò che fa una neonatologa sospendendo la somministrazione di farmaci a una creaturina condannata, o su ciò che fa una mamma tenendo in braccio quella creaturina inconsapevole e infelice. L’eccesso di zelo guasta anche le migliori cause.