Non siamo così poveri se tanti si permettono di non cercare lavoro

Caro Granzotto, secondo la vulgata comune, va da sé soprattutto di sinistra e a mo’ di martello, pare che in Italia il 30% dei giovani sia senza lavoro e la grandissima maggioranza ha un impiego precario. Ma è vero?
Monticello B.za (Lecco)

Tutto sta a capirsi, caro Casati. «Giovani», per esempio, cosa sta a indicare? Quando comincia e quando finisce la giovinezza? Se nel conto ci mettiamo i ragazzi tra i diciotto e i ventidue-ventitrè anni ecco che la soglia della disoccupazione giovanile spicca un balzo perché generalmente a quelle età non si lavora: si studia, ci si guarda intorno. Se poi ci facciamo entrare anche i quaranta, quarantacinquenni - che si considerano, motu proprio, giovani - è evidente che quella soglia s’impenna ulteriormente fino a toccare vertici del 30 per cento e oltre. Però, anche depurata dai trucchetti delle tre carte e dagli eccessi demagogici e strumentali - la menata del Cavaliere che «nega» o «ruba» il futuro ai giovani - la situazione non è rosea, caro Casati. La crisi economica s’è fatta sentire molto pesantemente e a risentirne è stato il mercato del lavoro, non sollecitato, quel che è più grave, dall’iniziativa proprio del settore giovanile, più propenso a battere la fiacca che non a rimboccarsi le maniche. Stando all’ultimo rapporto Istat pare che siano oltre i due milioni - una gran bel numero - gli «inattivi», detti anche Neet, acronimo di «Not in Education, Employment or Training», ovvero che non lavora, non studia e non si aggiorna. Due milioni e passa che non vogliono non dico trovarsi una occupazione, ma nemmeno darsi una formazione. Sono gli stessi, poi, che animano la movida tirando tardi, che vedi bighellonare per i corsi cittadini, affollare le pizzerie. Conducendo vita da simpatici michelacci con i soldi di papà e di mammà (e così costruendosi con le proprie mani quel futuro che il perfido Berlusca vorrebbe, invece, scippar loro).
Ci sono poi quelli che per lavorare lavorerebbero, però solo nei settori confacenti alle loro ambizioni e al titolo del loro «pezzo di carta». Chi, sempre al fine di costruirsi un saldo futuro, s’è laureato in Scienza della pace, in Scienza della comunicazione, Scienza del Benessere del cane e del gatto, Scienza del Fitness, Scienze del fiore e del verde, Scienza della nonviolenza, Scienze trofeistiche - nessuna di queste facoltà è di fantasia - pretende poi di fare il manager della pace, il giornalista, l’architetto di giardini e via dicendo. E se per quei dominî non c’è richiesta, se il mercato non sente tutto questo gran bisogno di dottori in Trofeistica, non è che i dottori medesimi si adattino ad altro. Se ne stanno lì, in attesa d’essere assunti e valorizzati per le loro competenze in corna di caprioli da appendere al muro. Un andazzo, questo, che a pensarci bene ha il suo lato positivo, caro Casati. Infatti, se tanti più o meno giovani - e sono svariati milioni - possono permettersi il lusso di stare con le mani in mano (o di attendere a oltranza la chiamata giusta), ciò significa che il Paese non è poi messo così male. Mantenere gli «inattivi» a vitto, alloggio, lavatura, stiratura e argent de poche ha i suoi costi. Che un Paese con le pezze al sedere se non propriamente alla canna del gas - come vogliono i repubblicones - non potrebbe in alcun modo permettersi (in caso contrario gli «inattivi» andrebbero a lavorare a suon di calci nel sedere. Sistema un po’ rude, contrario al bon ton democratico, ma di grande efficacia e non di rado di notevole soddisfazione non per chi il calcio lo riceve, ma per chi lo sferra).
Paolo Granzotto