«Non solo bombe, embargo totale contro Gheddafi»

Roma«Sull’intervento in Libia dobbiamo trovare un’intesa ragionevole che tenga conto delle osservazioni della Lega, ma senza indicare una data delle fine delle operazioni».
Lamberto Dini, presidente della commissione Esteri del Senato, si dice fiducioso sulla possibilità che stamattina, nell’incontro tra ministri competenti e capigruppo di Pdl e Lega, si raggiunga un accordo nella maggioranza.
Il testo della mozione leghista non è dunque definitivo e, a suo parere, potrà diventare più equilibrato di quello originale?
«Credo di sì. L’incontro interministeriale, prima della seduta nell’aula di Montecitorio, serve proprio a questo. Sono convinto che le riserve della Lega debbano essere prese in considerazione, ma il testo andrà definito, perché il governo e la maggioranza non possono essere costretti a cambiare la linea scelta».
La Lega, però, insiste su una data precisa per la fine dei bombardamenti.
«Si può esprimere un auspicio in questo senso, non certo affermare che in una certa data l’Italia si ritira dalle operazioni. Credo che si possa, più realisticamente, indicare una data in cui il governo si ripresenti in Parlamento per riconsiderare la situazione e decidere nuovamente sul suo intervento o su eventuali cambiamenti necessari. Questo, a mio parere, può essere accettato dal governo».
Ritiene che oltre all’intervento militare siano necessarie altre misure?
«Credo che ci voglia insieme un’azione militare e politica. Certamente, soprattutto gli ultimi bombardamenti hanno fortemente indebolito il regime di Gheddafi: lui stesso, se non era esattamente nel luogo colpito domenica, era comunque nelle vicinanze. E questo ci conferma che abbiamo informazioni precise dall’interno, da Tripoli e che la resistenza è sempre più efficace ed organizzata. Ma al di là dell’azione militare è importante, a questo punto, un’azione politica».
Che cosa intende, esattamente?
«Parlo di un blocco delle comunicazioni, di tutti i sistemi informatici, per impedire che il Colonnello possa dare ordini, come ha proposto il vicepresidente del Senato, Emma Bonino. E anche di un blocco totale economico-commerciale, per accelerare la caduta del regime».
Un embargo?
«Non solo un embargo che vieti le importazioni, ma qualcosa di più. Ne ho parlato anche con il ministro degli Esteri Franco Frattini: la coalizione dovrebbe chiedere alle Nazioni Unite di dichiarare illegale ogni transazione economica e commerciale con il regime di Gheddafi, che ormai è stato dichiarato fuori legge. E poiché la Libia dipende molto dalle importazioni di beni di consumo, perché è in gran parte desertica e produce solo datteri e petrolio, questa misura la metterebbe in ginocchio».
Perché non si è ancora arrivati ad un accordo internazionale su queste misure?
«Certamente, questa è la strada che potrà impedire che il conflitto duri più a lungo. Non si combatte Gheddafi solo bombardando la Libia o dando le armi ai ribelli. E seguendo questa via politica si ottengono risultati anche meno sanguinosi, visto che inevitabilmente i bombardamenti hanno effetti collaterali».
Crede che la resistenza dei libici anti Gheddafi sia molto diffusa?
«Ho parlato con molte personalità che sono state a Tripoli e mi sono convinto che, a parte le sceneggiate dei sostenitori di Gheddafi, il malcontento verso il regime sia ormai molto largo. Ma, al tempo stesso, è forte la paura, il terrore per le crudeli ritorsioni del raìs e dei suoi. Ecco perché un blocco import-export, anche se fosse all’80 per cento, potrebbe produrre risultati in poche settimane. E la guerra finirebbe presto».