Non solo Carfagna

RomaLa donna è mobile, quella pidiellina in particolare. La vicenda Carfagna non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno diffuso nei territori del partito berlusconiano, e che si manifesta sempre con variabili ricorrenti. Una soprattutto, la donna. Gli ultimi capricci, con unghiate e urletti di rabbia, riguarda la ministra e la Mussolini, che dopo la parolaccia ha messo in castigo la maggioranza: se la Carfagna non mi chiede scusa non voto la fiducia. Intanto nella serata di ieri c’è stato un colloquio tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il ministro per le Pari opportunità.
Le fibrillazioni nella periferia del Pdl portano sempre a Roma, alla Camera o nei ministeri, dove siedono alcune vedette femminili del berlusconismo. Mara Carfagna in Campania, Deborah Bergamini in Toscana, Mariastella Gelmini in Lombardia, Michaela Biancofiore in Trentino-Alto Adige, Stefania Prestigiacomo in Sicilia. C’è all’opera l’attivismo delle forze fresche contro i vertici consolidati, ma c’è anche uno scontro di potere tra ex neofite divenute esperte (e sempre sostenute da un rapporto diretto con il Cavaliere) e colonnelli vari. Situazioni meno complicate di quelle campane, che hanno portato all’incognita sul futuro di Mara Carfagna, ma comunque teatri di scontri più o meno superficiali (o profondi), con in aggiunta il peso di una nuova variabile: la presenza di Fli come sbocco, come minaccia in caso di mancata soddisfazione delle richieste. Questo risultato Fini lo ha raggiunto e gli va dato atto. Il suo partito non ha ancora solide basi e la sua forza elettorale è un gran mistero, ma Fli sta funzionando da eccellente frullatore di invidie e risentimenti dentro il rivale Pdl.
Sentimenti che stanno trovando casa soprattutto negli animi femminili del Pdl. Non se ne fa questione di merito ma di cronaca, e la cronaca dietro la quinte pidielline racconta di malumori e fronde in Toscana, quartier generale dei colonnelli Verdini e Matteoli, e dei loro vice (il coordinatore Pdl Massimo Parisi e il numero due toscano Riccardo Migliori, entrambi deputati). La viareggina Deborah Bergamini appena è stata eletta (in Toscana) si è messa di traverso al coordinamento regionale, e in definitiva all’asse Verdini-Matteoli. Con sé ha preso due deputati toscani, i quali hanno contestato l’esistenza di un «soviet» che non si riunisce mai e decide solipsisticamente, la scelta di Monica Faenzi come candidata alle regionali, i risultati delle regionali stesse. Anche qui agitando lo spettro della fuga verso Fli (ad un certo punto Fli annunciò che i due deputati «bergaminiani» stavano trattando il passaggio con Italo Bocchino). Fuga che però non c’è stata, perché su 1.500 eletti nelle istituzioni toscane sono diventati finiani solo 70. Almeno per ora.
L’incubo, ovunque, è di ritrovarsi con una seconda Sicilia, il modello al contrario di come dovrebbe funzionare il Pdl. Proprio in Sicilia il grande amico di Stefania Prestigiacomo, cioè Gianfranco Micciché, è appena uscito dal Pdl per fondare una sua sigla sudista, dopo i contrasti con il coordinamento siciliano del Pdl. La Prestigiacomo era presente al battesimo di Forza Sud, ma solo da osservatrice, i dissapori con i vertici Pdl siciliani sembrano rientrati. Prova ne sia che il marito della ministra, il notaio Angelo Bellucci, è stato appena nominato coordinatore provinciale Pdl di Siracusa.
Peggio va in Trentino-Alto Adige, dove c’è ancora lo strascico dello scontro pesante tra Michaela Biancofiore e Maurizio Gasparri, con scambio di accuse sul candidato Pdl a Bolzano (e un lapidario Gasparri: «A una riunione con me, La Russa, Matteoli, Ghedini e Verdini che annuiva, Bondi ha detto che la Biancofiore è pazza. Io spero di no, ma se avesse ragione?»).
Le cose vanno un po’ meglio in Lombardia, dove tuttavia dietro le quinte qualcosa si racconta. Qui le forze in campo fanno capo a Ignazio La Russa, a Comunione e liberazione e al ministro Gelmini, ex coordinatrice regionale di Forza Italia. Il Pdl «laico» punta a ridimensionare il peso di Cl, ma non in modo compatto.
La Gelmini, dicono i pidiellini lombardi, gioca una partita a sé, non sempre parallela a quella del Pdl di La Russa e di Mario Mantovani, fedelissimo del Cav. In Lombardia la posta in gioco è alta, la partita è tutta da giocare. E le ex novizie sono diventate abili giocatrici.