Non solo Colombo. A Quinto i natali di tanti nomi illustri

Dal cardinal Lercaro all’architetto Daneri, dal pugile Rocco Agostino all’onorevole Alfredo Biondi

Alessandro Massobrio

«Vede - mi dice, abbandonandosi su una antica poltrona di broccato rosso, che (chissà mai perché?) mi fa venire in mente il seggiolone su cui s'assise Don Abbondio, quando la mente gli fu attraversata dal celebre dubbio circa Carneade - vede, la mia famiglia è tra quelle antiche di Quinto. Da parte di madre, s'intende. Gli antenati di mio padre, i Rovani, venivano invece dalla Lombardia. Nelle ricerche anagrafiche mi sono spinto fino al Seicento, poi ho perso le tracce. C'è però una cosa che ho scoperto e che mi riempie di orgoglio. Noi Rovani siamo discendenti di colui che molti considerano il più grande scrittore italiano dell'Ottocento dopo Alessandro Manzoni. Lei ne ha mai sentito parlare?».
Che devo dire? Per Giuseppe Rovani, padre e maestro della Scapigliatura milanese ed autore di un romanzo fluviale, intitolato I cento anni, ho sempre avuto un pallino. E ne sanno qualcosa i miei alunni del King a cui con questi pallini ho spesso reso la vita difficile. Perciò la butto là con la massima indifferenza, ma anche con certo tono di competenza.
È una sorta di colpo di scena. Il discendente dell'antico scapigliato, intendo dire Gianfranco Rovani, gallerista e con il fratello gestore di un'agenzia immobiliare, non può trattenersi dal levare le braccia al cielo. L'aveva chiesto a tanti ma nessuno, ma proprio nessuno aveva saputo rispondere al - chiamiamolo così - quesito della sfinge. Ed ora ecco che ti arriva questo sconosciuto collaboratore de Il Giornale che con la massima noncalance ti spiattella vita e miracoli dell'antenato illustre ma dimenticato.
È finita così che siamo diventati quasi amici. E diventare quasi amico del signor Gianfranco Rovani significa sottoporsi al fuoco di fila di una parlantina travolgente, nonché di una altrettanto travolgente esplosione di trovate, di idee, di proposte, metà delle quali, se solo venissero realizzate, cambierebbero il volto della nostra città.
Ma cominciamo con quella più celebre, vale a dire quella che ha dato origine all'associazione Columbusdeterrarubra, confraternita che conta, come mi garantisce Rovani, ormai almeno una settantina di membri e che si riunisce periodicamente (spesso e volentieri al ristorante, davanti ad un buon piatto di pesce), ma anche più asceticamente intorno ad un tavolo non apparecchiato, per difendere e divulgare nel mondo la «quintesità» dello scopritore delle Americhe.
Che cos'è questa «quintesità», mi potrebbe chiedere qualcuno. Gianfranco Rovani non ha in proposito alcun dubbio. Si tratterebbe in poche parole di un particolare influsso, non so se genetico, lunare o tellurico, che coinvolgerebbe tutti coloro che sono nati o risiedono a Quinto. I quali si ritroverebbero così nelle vene dosi incredibili di talento e genialità, per i più diversi settori dell'attività umana: dalla navigazione alla pittura, per finire con mecenatismo, liturgia ed architettura.
«Perché, vede, Quinto è come il vertice di un triangolo», insiste Rovani, tracciando misteriosi segni nell'aria, come a dire che da quel vertice si è distillato, nel corso dei secoli, un concentrato di energia che neppure l'altro triangolo, quello ingiustamente più celebre delle Bermude, sarebbe in grado di far fermentare.
Insomma, dopo aver attentamente ascoltato il mio interlocutore, sono giunto alla convinzione che, se ad ogni quintese che nelle lettere, nelle scienze e nelle arti ha illustrato la patria, vale a dire Quinto, si volesse dedicare qualche - che so? - qualche statua, qualche bassorilievo, qualche targa alla memoria, ebbene, il tempio fiorentino di S. Croce, quello dei Sepolcri, cantato un po' neoclassicamente dal Foscolo, avrebbe da queste parti un serio rivale.
«A proposito di chiese e uomini di chiesa - mi dice Rovani, facendo il conto sulle dita di entrambe le mani - pensiamo soltanto ai sacerdoti nati e cresciuti da queste parti. Come ha scritto Baget Bozzo, noi qui abbiamo avuto quattro grandi preti: l'abate Mario Righetti, Monsignor Moglia, il cardinal Giacomo Lercaro e suo fratello, anche lui prete e direttore del seminario di Genova. Bene, se noi oggi preghiamo in italiano, ebbene lo dobbiamo a questi quattro sacerdoti. Sono stati loro a dare il via alla riforma liturgica, che poi è culminata nelle riforme successive al Vaticano II. Pensi che quando, qualche anno or sono, sono andato in Messico con la nostra associazione colombiana, in un paesino sperduto dell'entroterra, beh - immagini un po'? - ho trovato il parroco di un paesino che aveva studiato sui libri dell'abate Righetti».
E altri nomi illustri?
«Non c'è che l'imbarazzo della scelta. Pensi soltanto all'architetto Daneri, grande esponente dell'urbanistica razionalista degli anni Trenta ed oltre, che ha costruito il Biscione e la Casa del Soldato di Sturla. Pensi all'ingegner Della Ragione, che fu il mecenate di pittori del calibro di Guttuso, Mafai e Treccani. Pensi a Rocco Agostino e pensi in particolare a tutti i capitani quintesi, che nei primi anni del Novecento, doppiarono Capo Horn. E se non è stanco di pensare, ripensi ancora a tanti uomini politici che, se non furono proprio nativi di Quinto, hanno scelto Quinto come patria d'adozione e quintesi si considerano o si consideravano a tutti gli effetti. Parlo degli onorevoli Biondi e Cattanei».
Insomma, una valanga, un esercito, un numero così sterminato da riempire, come aveva fatto il vecchio Cornelio Nepote, un volume intitolato De viris illustribus. E non è detto - date tempo al tempo - che anche Gianfranco Rovani non lo faccia.