Non solo minigonne, avanza «l’onda rosa»

LUOGHI COMUNI Una volta si diceva che le «destre» non avevano paura della femminilità

Il problema non erano i tacchi a spillo, ma ogni volta che si passava sulla riva destra c’era questo retrogusto da sabato del villaggio, struscio, passerella, una sorta di addio al celibato di segretarie in carriera, con quelle facce da finto stupore, più plastificate di una Barbie party e, sì, anche i tacchi dodici di ordinanza. Quasi tutte avevano più di quarant’anni e non si perdevano una puntata di Desperate Housewives. Tutte Susan, Lynette, Bree, Gabrielle. Non sempre. Non ogni volto era così. Ma c’era. Quasi come un luogo comune. Le donne di destra, dicevano, non hanno paura della femminilità. E magari è vero, solo che era troppo. Sapeva di falso, di insicurezza, di giocarsi tutto su un solo numero, qualche volta rifatto male. Era, anche questo, uno spicchio di realtà. Le casalinghe disperate, le hostess con il marchio del cappio nel book fotografico, quelle che il successo costa e qualcuno lo deve pure pagare le trovi anche al Grande Fratello, all’ufficio postale, ai compleanni di qualche amico e perfino in cattedra, a scuola, all’università, nelle case editrici.
Ci sono anche nel Pdl, con gli stessi tacchi a spillo, ma un po' più defilate, confuse nella platea, meno protagoniste. Annagrazia Calabria è nata nel 1982, i commessi della Camera ancora non ci credono: «Come i mondiali di Spagna». Come Cassano. Come una data che ti fa sentire vecchio. Annagrazia non era lì per caso, a impappinarsi, a chiedere scusa, con le guance rosse, con la giacca bianca. Era il segno che questa è un'altra stagione. Berlusconi e Fini parlano di patto generazionale, scommettono sugli under 30 e su donne che, le vedi sulle foto di Facebook, vanno in giro per Roma con jeans e scarpe basse, da qualche parte spunta perfino una sciarpa rossa e bianca, che assomiglia a una kefia. Il modello non è quello della segretaria in carriera, ma della neo laureata, che si commuove come qualsiasi ragazza della porta accanto, ma non si arrende, perché l'orizzonte è precario, ambiguo, senza certezze. E i tacchi a spillo, si sa, sono insidiosi: si cade. Non li porta Giorgia Meloni, con quella parlata da Garbatella, cresciuta a destra, senza nostalgie. Lei che arriva a Porta a Porta con la Mini verde e quasi non la riconoscono. Una che tiene testa a Fini, con quegli occhi chiari che diventano duri, e non te lo aspetti, come se avessero qualcosa di antico nel Dna. L'unica capace di sciogliere le lacrime a quelli del suo partito, quelli di An, che stavano chiudendo un pezzo di vita. No, la Meloni davvero fai fatica a vederla sui tacchi a spillo.
Le svolte di Berlusconi arrivano anche così, con questi cambi di immagine e sono un ottimo strumento per interpretare la sua politica. Il Pdl nasce per tentare di dare all'Italia del post Novecento una nuova mappa. E la questione generazionale, che significa anche cambio delle regole, è il tema centrale, quasi dominante. Attenzione. È la prima volta che Berlusconi pensa ad un futuro, magari lontano, senza di lui. È uno sguardo molto più strategico di quanto questi giorni di navigazione a vista e polemiche di basso cabotaggio lasciano immaginare. Ed è questa la sfida più profonda che il leader del Pdl sta portando alla sinistra. È, in qualche modo, la scommessa finale, è ricostruire la cultura di un Paese che da troppo tempo è prigioniero di una palude dove il passato non passa e il futuro non arriva. Il Berlusconi dei jingle e delle spillette, il mago delle immagini e del partito di plastica rischia di prendere di nuovo in contropiede i suoi avversari. Se questo è vero, i costi per la sinistra saranno altissimi, sconterà un secolo di ritardo, sommersa da una «rivoluzione culturale» incredibile, spiazzante, imprevista.
Questo progetto non ha bisogno di tacchi a spillo. Serve altro, qualcosa di più solido, preciso, istintivo, freddo. Serve coraggio e braccio fermo. Un tocco di scherma, spada, sciabola o fioretto, e tanto allenamento. Quando Berlusconi ha incontrato la Vezzali, tre ori olimpici, una capace di restare di ghiaccio fino all'ultima stoccata, ma anche di ballare sotto le stelle, non ha nascosto la sua simpatia. Il feeling era evidente. E lei, questa sorta di Lady Oscar del Ventunesimo secolo, è un po' il modello delle donne del Pdl. Le astuzie di corte finiscono in seconda fila. È questo mix di grinta e dolcezza, caparbietà e coraggio, rischio e disciplina, che avanza verso il palcoscenico. Quando guardi il look austero e spesso in nero della Carfagna, o la Gelmini e la Prestigiacomo, Nunzia De Girolamo e Barbara Mannucci, ti accorgi che l'immagine che vogliono dare è più dura, severa, sobria di quanto uno si aspetti. Lo dicono anche i colleghi dell'opposizione, anche quelli che hanno sorriso, dicendo: giovani, senza esperienza, senza qualità. Eppure, sono rimaste lì, difendendo metro a metro il loro ruolo. Qualche volta a fatica, sudando, ma senza arrendersi, incassando insulti, slogan studenteschi e chiacchiere varie. Donne che quando serve si vestono da uomo. E anche per questo ci vuole coraggio.