Non solo prestigio Il Milan in Giappone per fare business

Galliani spera di trovare nuovi sponsor e guarda anche alla Cina Il trofeo vale 10 milioni di euro Per la vittoria 80mila euro a testa

nostro inviato

a Yokohama
Per chi ha l’ambizione dichiarata di passare dalla cronaca domestica alla storia del calcio, questa è la terra promessa, il Giappone. Da queste parti bisogna arrivare per lasciare un segno, come accadde alla Juve di Platini e al Milan di Sacchi, da quando cioè la coppa Intercontinentale venne trasferita, per amore di business e tv, a Tokio. Adesso, artefice quel volpone di Blatter, il presidente della Fifa, è un’altra cosa ancora, un vero torneo mondiale che parte oggi e si snoda per circa 10 giorni tra preliminari, due semifinali fissate tra mercoledì e giovedì prossimi dove d’ufficio approdano Boca Juniors e Milan, e due finali concentrate nella domenica 16 dicembre, a pochi giorni dal Natale. «Noi del Milan ci siamo» declama fiero Umberto Gandini, direttore organizzativo del club, per segnalare l’orgoglio rossonero, messo in crisi dal ritardo clamoroso accumulato in campionato (con l’Inter a 34 punti). Il Milan sbarca a Tokio, quattro anni dopo l’assalto respinto dal Boca di Carlos Bianchi, e si ritrova accolto come una vera star del cinema. Tutta l’aerostazione di Narita risulta assediata da tifosi a caccia di autografi, fotografi e cineoperatori piazzati nei punti strategici: anche semplici viaggiatori in attesa, forse all’oscuro dell’evento, si precipitano lungo le vetrate per strappare una foto appena s’accorgono del passaggio di Maldini e Pirlo, Gattuso e Ronaldo. Kakà e Inzaghi sono i nuovi idoli del Giappone, inseguiti da una grande ovazione e da una folla che rischia di soffocare il gruppo italiano sbarcato dopo 12 ore di volo scandito da qualche turbolenza e un viaggio comodo. Sono in pochi a dormire (il record di durata appartiene a Kaladze), i brasiliani organizzano un tavolo da gioco, Ronaldo tiene banco fino a quando si sorvola la Siberia, tra battute e scherzi perfidi realizzati alle spalle di Dida e Cafu.
«Ho un paio di appuntamenti con altrettante aziende» informa Adriano Galliani, vicepresidente esecutivo, convinto che questa possa risultare l’occasione buona per allargare la platea degli sponsor e dei profitti da iscrivere a bilancio in vista di nuovi e futuri investimenti da dedicare alla rosa. Il piatto piange. Il Giappone è una vetrina unica, il mondiale per club un trampolino di lancio per gli esordienti, una positiva tempesta mediatica per chi ha confidenza con il Giappone e il trofeo. Da queste parti, la vendita di magliette e gadget rappresenta un vero boom: il prossimo mercato che fa gola è la Cina. Perciò, al seguito del Milan, spunta un piccolo esercito di addetti al commerciale, Daniele Massaro in testa, che qui concluse la sua carriera prestigiosa, oltre al rappresentante di Adidas, sponsor tecnico dei milanisti. La prima edizione del mondiale per club vale circa dieci milioni di euro, tutto compreso, senza trascurare la cifra (1,5 milioni) versata da Mediaset per strappare i diritti alla concorrenza e girarli, in esclusiva, al digitale terrestre. Ottantamila euro netti per ciascun componente del gruppo è il premio promesso ai campioni d’Europa, passati all’incasso anche dopo Montecarlo e il successo sul Siviglia.
Briciole se si pensa all’iniziativa del magnate dello Shakhtar Donetsk il quale promise 200 mila euro a Lucarelli e soci in caso di successo a San Siro, contro il Milan, in Champions league. William Vecchi, oggi preparatore di Dida, ieri portiere del Milan di Rocco, ricorda con precisione la cifra della sua epoca: al presidente Franco Carraro strapparono 5 milioni di lire nel ’69. Con quei soldi, molti suoi colleghi comprarono casa al mare o in città: oggi possono mettere da parte un paio di box alla periferia di Milano.
Dopo l’ovazione, la corsa (si fa per dire, 90 minuti secchi per raggiungere Yokohama) in albergo e poi tutti in tuta per smaltire il fuso (tutti tranne Ronaldo, fermo ai box, non è certo che recuperi per giovedì). Che non è più la grande incognita della trasferta. C’è più tempo a disposizione, tecniche sperimentate, alimentazione mirata. A tavola si mangia italiano ma la spesa si fa in Giappone. A eccezione del caffè, naturalmente. Si può rinunciare a tutto, persino a un campionato buttato dalla finestra, ma non alla tazzulella. Né al prestigio di risalire sul tetto del mondo.