Non sono bastate 800 toghe. Così sono crollati i teoremi

Milano - Per spiegare che cosa sono stati questi 12 anni di indagini su Silvio Berlusconi, conviene partire da un paradosso. Che contempla dei condannati al processo concluso ieri con il Cavaliere assolto. Portano i nomi di Francesco Nese e degli altri giudici della seconda Corte d’appello che hanno pronunciato la sentenza di pieno proscioglimento per Berlusconi. Nese sa che adesso rischia. Rischia, nel nostro paradosso, di seguire le sorti di un altro presidente di collegio, un altro magistrato milanese moderato, ovvero Francesco Castellano.
Costui, tre mesi dopo aver assolto Silvio Berlusconi proprio per la vicenda Sme è, finito alla gogna. Per una storia che vi riproponiamo in pillole. Era il 10 dicembre del 2004 quando Castellano, dopo mesi di tormenti, allusioni, chiacchiericcio, assolse il Cavaliere. Sollevando un vespaio di critiche, soprattutto nel suo ambiente. In Tribunale, in molti gli levarono il saluto, creando un vuoto pneumatico intorno: «Ma come parli con quello là? Ah, quindi anche tu...». Lo isolarono come i protagonisti dei primi spot anti Aids con le ombre contornate di viola che camminavano per poi dissolversi. Ma lui tirò dritto.
Nell’aprile 2005 depositò 156 pagine di sentenza: Berlusconi assolto. E giù fulmini, saette. «Ma questo Castellano è un tipo strano». Assolve troppi, non copia-incolla le parole dell’accusa. E partì il ventilatore delle calunnie contro il novello «ammazzasentenze». Passano 90 giorni e, toh, in piena estate dei furbetti del quartierino, Castellano viene investito da un siluro giudiziario. Ha passato notizie d’indagini a Giovanni Consorte, l’amministratore delegato di Unipol. Telefonate, appuntamenti. I quotidiani, alcuni in verità, lo triturarono per benino. La talpa Castellano è servita. Lui langue nella maleodorante melma della toga in combutta con gli indagati, del giudice infame che orecchia le inchieste degli altri per rifilarle agli imputati. In realtà a Consorte chiedeva consigli per la separazione dalla moglie. Da buon meridionale deve esserglisi spento l’orgoglio quando ha dovuto presentare persino gli atti della separazione per far capire le intercettazioni e levare l’accusa di rilevazione d’atti d’ufficio. L’hanno prosciolto. Ma solo dopo un anno e mezzo di melma, gennaio del 2007.
Fuori dal paradosso scopri poi che la giustizia di Mani Pulite ha un proprio Guinness dei primati. A vincerlo è sempre Silvio Berlusconi. Dal 1994 ad oggi, dopo 12 anni dalle prime dichiarazioni di Stefania Ariosto e Salvatore Cancemi, il leader della Cdl ha visto il suo gruppo imprenditoriale al centro di ben 94 procedimenti penali con 102 manager coinvolti. Senza contare, nei dati che leggerete, i processi per diffamazione che sono altri 500. I numeri arrivano freschi freschi dalla stessa Fininvest dove da anni hanno predisposto un apposito database, una sorta di archivio informatico per raccogliere i numeri su questa maxi inchiesta, alla ricerca di un perché. Che però ancora non si trova.
Schiacciando sui tasti si scopre che la macchina giudiziaria ha visto contrapporsi due eserciti. Da una parte 128 avvocati, 64 consulenti e un numero infinito di tecnici, esperti, segretaria, dall’altra parte un plotone di giudici (erano 789 un anno fa, oggi saremo a oltre 810), migliaia di investigatori. Prima per compiere le indagini poi tavolta i processi. E scriviamo talvolta perché è accaduto che per manager che si erano raccolte prove tali da arrestarli poi non è arrivato nemmeno il processo. Via, in archivio. Per essere più precisi dal 1994 al 1996 sono state richieste 35 misure cautelari a carico di 26 soggetti fra dirigenti, dipendenti e collaboratori del gruppo Fininvest. Per ben 13 casi tra questi non è stato poi neppure disposto il rinvio a giudizio.
Sul fronte invece delle perquisizioni, le statistiche confermano che dal 1994 ci sono stati 487 accessi della polizia giudiziaria tra perquisizioni, sequestri, acquisizioni in copia. Un’attività che sembra avviata alla conclusione: negli anni caldi, subito dopo l’ingresso in politica di Berlusconi, si viaggiava a medie di 50/80 perquisizioni l’anno. Oggi contiamo solo 5/6 accessi. Enorme comunque la quantità di documenti portata via e analizzata: due milioni di pagine. In tutto, una mezza dozzina di container colmi di faldoni. Negli annali giudiziari è questo l’unico dato delle inchieste Fininvest che non conquista la palma d’oro tenuta dal processo Parmalat per la bancarotta del più consistente gruppo imprenditoriale con 3,5 milioni di atti. Ai sequestri per questo gruppo quotato bisogna aggiungere le verifiche negli istituti di credito con 30 banche italiane ispezionate, 100 conti correnti passati al setaccio e 170 libretti al portatore verificati.
Nel frattempo sono però iniziati anche i processi. Dal 1994 ad oggi, se si prendono a campione 55 procedimenti, si scopre che sono state celebrate complessivamente 2.048 udienze. Solo nei processi che riguardano Silvio Berlusconi, se ne sono tenute ben 673 fra udienze preliminari, incidenti probatori e udienze dibattimentali.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it