«Non sono morti invano» La folla dà l’ultimo saluto alle vittime di Nassirya

A Roma migliaia di persone e le massime autorità dello Stato partecipano ai funerali dei soldati uccisi. Il Papa: «Riprovazione per il nuovo atto di violenza». Ma Pecoraro Scanio se la ride

Alessia Marani

da Roma

Nel momento in cui «il cuore dell’Italia è qui e pulsa per i caduti nel vile attentato», come ha aperto ieri mattina l’omelia monsignor Angelo Bagnasco, l’ordinario militare che ha celebrato a Roma i funerali delle tre vittime di Nassirya, c’è anche chi (il verde Pecoraro Scanio) trova il tempo di ridere e fare «linguacce» col diessino governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani. Resterà anche questo ghigno irriverente tra le immagini di dolore, infinita commozione e strazio, che hanno riempito ieri la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, gremita all’inverosimile. Un’«ipocrisia di Stato» come s’è affrettato a definirla il presidente emerito Francesco Cossiga, che ha seguito le esequie da casa davanti alla Tv e che non ha risparmiato strali contro Bertinotti, «l’amico Fausto». «Non doveva andare - ha commentato Cossiga - è suo il partito dei Caruso e dei Ferrando, riferimento per i “bravi ragazzi” dei centri sociali e i no-global che gridano nelle piazze “Dieci, cento, mille Nassirya”». «Ho un ruolo, quello di rappresentare l’intera assemblea», ha replicato il leader Prc. Non dimentica il caporale romeno, Hancu Bogdan, quarta vittima dell’agguato di giovedì in Irak, ricorda e augura pronta guarigione al maresciallo dei carabinieri Enrico Frassanito, ancora ricoverato a Kuwait City, intanto, monsignor Bagnasco. Cappellano d’Italia che nel marzo 2005 aveva già officiato alla funzione per Nicola Calipari, caduto a Bagdad per liberare la giornalista Giuliana Sgrena. Ieri le sue parole erano per i nuovi «eroi», Nicola Ciardelli e i compagni di missione, i marescialli dell’Arma, Franco Lattanzio e Carlo De Trizio. A fare per prima il proprio ingresso in basilica accolta da uno scrosciante applauso, la bara avvolta nel tricolore di De Trizio, seguita da quella di Lattanzio e Ciardelli, tutte portate in spalla da commilitoni commossi. Come a proteggerle nel lento e sommesso cammino verso l’altare, due ali di militari, dell’Arma e dell’Esercito, schierati ai lati della navata. Un anziano piange: «Ho visto morire fratelli in guerra e questo dolore riapre ferite che bruciano, ma che bruciano pure della fierezza di chi muore per la Patria». Il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi abbraccia i familiari delle vittime, è accompagnato da Arturo Parisi. Poi si sistema sul parterre della autorità insieme alle massime cariche della Difesa e dell’Interno. Ci sono anche il premier uscente Silvio Berlusconi che appena arrivato stringe la mano a Prodi, Gianni Letta e Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno, Antonio Martino e Giuseppe Pisanu, Carlo Giovanardi. Con loro gli ex presidenti di Camera e Senato, Casini e Pera. Dei Ds non manca nessuno: al seguito del segretario Piero Fassino, Massimo D’Alema - che incede all’ingresso tenendo il passo a due corazzieri del Quirinale - Luciano Violante e Gavino Angius, quindi, Chiti, Minniti, e gli eletti all’estero. C’è Franco Marini, alla guida del Senato. Monsignor Bagnasco legge il telegramma inviato da Benedetto XVI. «Esprimo ferma riprovazione - scrive il Papa - per il nuovo atto di violenza, ulteriore ostacolo verso la pace». Il cappellano prosegue: «Sono vite spente da un lampo in totale disprezzo della vita. sentiamo lo strappo della carne. Ma il loro spirito è fiero e consapevole. Così si staglia l’eroismo, quello vero, umile nelle coscienze e davanti a Dio. Non sono morti invano». Poi le note del Silenzio. «Franco» urla una sorella di Lattanzio, famiglia già sconvolta dalla morte dei genitori. I feretri lasciano il sagrato. C’è chi accarezza le bare. I colleghi di De Trizio al radiomobile di Roma, non trattengono il pianto. La mamma di Ciardelli è sorretta da Ciampi. Un urlo angoscioso. Poi l’abbraccio della folla che attende fuori.