«Non sono qui solo per giocare a carte in ritiro»

«Il paragone con Altafini non va: punto ad essere titolare. Magari ogni tre giorni»

Marcello Di Dio

nostro inviato ad Amsterdam

«Un esempio di professionalità, un campione in campo e fuori», dice di lui Marcello Lippi che lo conosce da undici anni. Alex Del Piero ringrazia, chiede un posto ai mondiali che ancora il ct non gli ha dato per certo. E soprattutto dice basta ai dualismi e ai paragoni con altri. Un mese fa era ancora di moda il «ballottaggio» con Cassano, oggi l’accostamento a Totti, il titolare nel tridente d’attacco lippiano che ha dovuto dare forfeit, e addirittura ad Altafini, che nella Juve entrava in campo negli ultimi venti minuti e risultava decisivo. Alex non ci sta, lui è Del Piero e basta. «E giocherò contro l’Olanda non perché non c’è Totti, ma perché l’ho meritato», dice quasi spazientito alla vigilia del gettone numero 70 in azzurro.
Quella capacità di adattamento a una situazione per altri insostenibile di riserva di lusso, con un utilizzo ridotto nella Juve e anche in nazionale (solo tre presenze in 17 incontri nell’era Lippi), sembra vacillare. «Se gioco poco non dipende da me, non mi sento un calciatore part-time. Il paragone con Altafini? È una visione completamente sbagliata, io punto sempre a essere titolare, altrimenti cosa ci sto a fare a Coverciano? A giocare a carte nei ritiri?». Quella con l’Olanda, la partita forse più suggestiva della nazionale di Lippi nella marcia di avvicinamento al mondiale, suona come un nuovo esame per Alex. «Se penso che la mia presenza in Germania dipenda dai prossimi incontri? Domanda sbagliata, nessun giocatore è convinto di non meritare il posto. Comunque mi fa piacere che Lippi dica che sono un esempio, non solo perché è quello che fa le convocazioni, ma perché mi conosce da tanti anni». C’è chi gli chiede se la strada per restare in azzurro non sia diventata tortuosa. Del Piero si adombra e risponde seccamente: «La stagione non è cominciata male, come non era finita male quella precedente. Purtroppo noto un filone di pensiero negativo nei miei confronti e non capisco il perché, sono in grado di giocare ogni tre giorni. Anzi, se Lippi me lo chiede sono pronto a giocare tutte e due le partite azzurre».
L’ultima Olanda-Italia della storia azzurra è un capitolo epico: 29 giugno 2000, stessa cornice dell’Amsterdam Arena, la nazionale che conquistò la finale dell’Europeo, il cucchiaio di Totti, le parate di Toldo. «Di quell’incontro ricordo l’arrembaggio alla nostra area, fu un’impresa tipicamente italiana, difendemmo con i denti. Una bellissima giornata». Nella quale Del Piero, a causa dell’espulsione di Zambrotta dopo 33 minuti, fu costretto a fare il mediano. «Sarebbe meglio dire il fluidificante, ma non c’è paragone con il ruolo che mi viene affidato questa volta. Sarò decisamente votato all’attacco». Come avvenne a Dublino il 17 agosto scorso, dove Del Piero giocò un tempo al fianco di Vieri e Gilardino. Ormai si è probabilmente rassegnato a non essere una seconda punta. «Rimango della mia idea, cerco di dare il meglio in un certo tipo di contesto, qui come alla Juve», ribatte un Del Piero sempre più agguerrito. Come quando risponde alla domanda su Totti tornato a casa. «Mi risulta che sia stata una scelta concordata con lo staff, perché c’era un problema fisico».
Meglio parlare dell’Olanda. «È molto diversa da cinque anni, anche se la loro scuola ha mantenuto la stessa forza di sempre. È una grandissima squadra, ma noi e loro ai mondiali abbiamo le stesse possibilità di vittoria». La nazionale di Amsterdam sarà un misto Juve-Milan, nove giocatori su undici titolari. «E dell’Inter chi vuoi convocare? Ci sono due italiani e uno è qui – dice con il sorriso -. Noi e i rossoneri abbiamo tanti calciatori italiani e molto bravi. Che per altro fanno parte da tempo del gruppo azzurro». Dove Alex vuole restare ancora a lungo, almeno fino ai mondiali.