NON SPRECATE I SUPERPOTERI

Confesso le mie perplessità. Per istinto, per logica, per insofferenza d’un buonismo deteriore, per ribellione alle troppe latitanze dello Stato sono favorevole all’accresciuto potere dei sindaci. È evidente che il potere centrale non riesce a tenere il passo della società, che molte leggi vengono emanate con enorme ritardo, che il Viminale non è in grado di valutare tempestivamente - per intervenire con efficacia - situazioni di grave degrado locale. Lode dunque al ministro dell’Interno Maroni che ha sollecitato i sindaci a varare ordinanze «creative» in materia di ordine pubblico.
Dal punto di vista della quantità non è stato deluso. Gli sceriffi d’Italia ne hanno pensate tante: dalle pistole ai vigili - che si trovano non di rado a dover fronteggiare brutti ceffi - alle regole più severe contro la mendicità e contro la prostituzione. E poi divieti di frugare nei cassonetti, di bere birra in strada, e altro. È facile fare dell’ironia, o anche del moralismo spicciolo, su questa valanga di niet. Cerco di non cedere alla tentazione, e ritengo ad esempio che gli strenui difensori dei mendicanti fingano d’ignorare la realtà: ossia che in massima parte i loro protetti o sono professionisti che lavorano in proprio o, peggio ancora, sono schiavizzati da turpi organizzazioni. Tuttavia la norma di Voghera che vieta di sostare in più di tre persone nei parchi pubblici dopo le 23 mi inquieta, e la norma di Cortina d’Ampezzo che caccia dalle vie del centro «i falsi promotori sociali» mi pare enigmatica.
Detto questo devo aggiungere che le perplessità accennate all’inizio non derivano tanto dalla sostanza dei provvedimenti quanto dalla loro eterogeneità caotica. La legislazione italiana ha sempre avuto la pretesa dissennata di prevedere e regolare tutto, e non invidio Calderoli che deve addentrarsi col machete in quella giungla. La giustizia ordinaria e la giustizia amministrativa si ritengono capaci di affrontare le innumerevoli varianti dei comportamenti individuali e collettivi. Sono invece capaci di poco, e quel poco in anni e anni. Ma anche il demandare le decisioni a entità locali, in un Paese che di suo è già a brandelli, presenta rischi grossi. Non occorre una penetrante indagine, basta un qualsiasi filmato del traffico cittadino per costatare che a Milano si va in moto col casco, pena la multa, a Palermo si può passare senza casco, indisturbati, sotto il naso di un vigile. E poi, ammettiamolo, l’unica creatività importante a livello locale è stata realizzata ultimamente dal potere centrale con l’eliminazione dei rifiuti di Napoli. Dovuti, i rifiuti, alla creativa amministrazione comunale e regionale. Non capiterà che le ordinanze creative creino ulteriore confusione?
Lo accenno soltanto. Sapendo che i paradossi della giustizia e della legge sono in Italia una vecchia storia. State a sentire. Tanti anni or sono ero amico d’un magistrato che aveva prestato servizio a Palmi, cittadina piuttosto vivace, almeno allora, in fatto di accoltellamenti. Un altro magistrato di Palmi era stato trasferito a Orvieto e dopo qualche tempo aveva fatto visita ai colleghi rimasti sul posto. «Come va a Orvieto?» fu la loro domanda. «Non c'è niente da fare. Figuratevi che per dare un po’ di lavoro alla Corte d'Assise, a Orvieto rubrichiamo come tentato omicidio quello che a Palmi rubrichiamo come lesioni lievi».
Mario Cervi