Non è stata la mamma a uccidere il figlio autistico

La donna disse di essere stata aggredita dai rapinatori

Vanni Zagnoli

da Modena

Sembrava una sentenza già scritta, scontata. Colpevole.
Del tutto a sorpresa, Paola Mantovani ieri mattina è stata invece assolta, con rito abbreviato, dalla terribile accusa di avere ucciso il figlio Matteo, 14 anni, sofferente di autismo, soffocato in casa il 12 settembre 2001, a Limidi di Soliera, nella Bassa Modenese. Sembrava che la malattia del piccolo l'avesse esasperata, al punto da farle dire basta e interrompere le sofferenze di quel bimbo che non sarebbe mai potuto diventare come gli altri. Il marito Roberto Nadalini, 47 anni, artigiano, non ha mai dubitato della parola di Paola. Pareva soltanto solidarietà familiare, quasi scontata, invece ha avuto ragione. Brevissima l'udienza di ieri, del gup Alberto Ziroldi, in cui ha pronunciato l'assoluzione della donna per non avere commesso il fatto. Dieci giorni fa, in questo processo a porte chiuse e con rito abbreviato, il pm Fausto Casari aveva chiesto venti anni e mezzo di reclusione. L'accusa dunque è stata totalmente sconfessata, presenterà appello, come ha fatto capire il procuratore aggiunto di Modena Manfredi Luongo.
Paola Mantovani, 44 anni, che si era sempre proclamata innocente, si è trasferita con il marito a Lentiai, in provincia di Belluno, dove ancora in pochi la conoscono. Col marito Roberto ha aperto un negozio: massima discrezione, tutto un po’ sottotraccia per evitare di finire sulla bocca del paese. Da oggi potranno guardare tutti dritti negli occhi. Paola non ha ucciso Matteo, resta una mamma disperata, che ha perso l'unico figlio. Dopo la sentenza è uscita piangendo dall'aula, stringendosi fra le braccia del marito, che l'attendeva fuori.
Era tale la tensione, l'ansia accumulata in questi mesi che subito non si è resa conto dell'assoluzione, della vittoria della tesi difensiva dei suoi avvocati, Zena Corradini e Giovanbattista Chiossi.
Durante tutta l'udienza Paola Mantovano ha tenuto in mano la foto del figlio.
«Ho sempre detto che non l'ho ucciso - ha aggiunto in lacrime -, che non gli ho fatto del male. Grazie Matteo, da lassù mi hai aiutato. Ma non saprò mai chi ha tolto la vita al mio ragazzo. Hanno fatto giustizia a me, non a lui. Sono stati anni durissimi, ma io sono ancora qua, a differenza sua».
Il problema adesso è trovare i veri assassini, ma è passato troppo tempo, impossibile anche soltanto trovare un'altra pista credibile.
«Adesso dove li andranno a cercare? Chi doveva cercare, fin dal primo momento, non l'ha fatto».
La donna si riferisce a magistratura, carabinieri e polizia, che abbandonarono in fretta l'ipotesi della banda di extracomunitari rapinatori, così come lei aveva raccontato. Il ragazzo venne trovato soffocato, con un sacchetto stretto sulla testa, nella villetta della famiglia, lei era stata legata e scaraventata in piscina. Sembrava un tentativo di rapina finito tragicamente, poi i sospetti degli investigatori iniziarono a orientarsi sulla madre, che venne successivamente arrestata. Tre giorni in cella e 9 mesi a domiciliari.
Adesso lei non vuole più tornare in Emilia. «Resta la mia terra, ma ora la mia casa sono le Dolomiti».
Soddisfatto anche il legale Giovanbattista Chiossi: «Paola in questi cinque anni ha avuto un lungo percorso processuale, ma anche un processo giusto, nell'ambito della legge e della legalità».
All'epoca suscitò scalpore la tragedia, ma soprattutto la strana dinamica. Il padre era uscito per comprare il gelato, al suo ritorno lo trovò già morto, nella sua stanza, mentre la moglie era imbavagliata dentro la piscina. Lei parlò di una banda di albanesi, erano entrati in casa per rubare, ma la refurtiva, poca per la verità, venne ritrovata abbandonata nel giardino.
L'iter processuale è stato lunghissimo, con perizie e controperizie. Si è fermato per un anno, per attendere il pronunciamento della Corte costituzionale sull'eccezione presentata dai legali della difesa: «Non si possono utilizzare perizie e intercettazioni fatte prima che l'imputata fosse ufficialmente indagata». Nel luglio 2005 l'istanza fu rigettata, l'udienza a dicembre ma il gup decise proprio di non usare le perizie del Ris e gli elementi raccolti prima che Paola avesse ricevuto l'avviso di garanzia. La nuova superperizia, del professor Vincenzo Pascali dell'università Cattolica Sacro Cuore di Roma, è stata depositata a inizio mese. La difesa ha ribadito che sul sacchetto che stringeva la testa di Matteo c'erano tracce di più persone, non solo della madre, a dimostrazione che più persone erano sul luogo del delitto.