Non è la storia di quello caduto da cavallo...

Può sembrare la storiella di quello che caduto da cavallo dice che voleva scendere, ma io credo davvero che a Novellino e discepoli, considerato che vogliono conservare buone probabilità di riuscire a riprendersi un posto in coppa Uefa, convenga essere stati eliminati dalla coppa Italia prima di dover fisicamente immolare qualche altra pedina fondamentale nel doppio confronto - fatalmente durissimo - di semifinale. L'organico blucerchiato non era tale da permettere competitività prolungata su tre fronti. E il Fato, sostanzialmente benevolo nei primi quattro quinti della stagione scorsa, ha mostrato stavolta, fin dalla partenza, la faccia feroce alla Sampdoria.
Di positivo, nell'umanissimo bruciore per un'eliminazione che per principio non può far piacere, c'è stato il modo. Erroraccio dell'eroico Palombo, invariabilmente uno dei migliori, e conseguente gol di Di Natale, in fuorigioco: 0-1, e pazienza. Rigore non fischiato a Pieri per lampante fallo in area su Colombo, e sul rovesciamento di fronte gol dello stesso Pieri: 0-2, e pazienza. Arbitraggio globalmente da dimenticare del pessimo Rodomonti: e pazienza. Ma che bello scoprire che aveva una volta in più ragione Novellino quando mi assicurava un mese fa: «Credo fermamente in Foti, un ragazzone che ha tutto - fisico, tecnica, carattere - per garantirsi un grande futuro. Ha solo 17 anni e mezzo, ma si tratta di un attaccante che già in questo campionato potrà fornirci un aiuto importante».
Questo mi piace, tra l'altro, della Sampdoria di Garrone, Marotta e Novellino, che fortunatamente non fa che ricalcare la filosofia sportiva di quella di Paolo Mantovani, Borea e Boskov: puntare in via pressoché esclusiva su prodotti italiani. Se i più la pensassero così, i nostri vivai ne gioirebbero. Tanto per dire, voglio un gran bene a Roberto Mancini che ho stimato come il più grande talento del suo tempo, ma non mi piace nemmeno un po' la sua forte inclinazione per le torri di Babele.
Il Genoa ha ceduto capitan Tedesco al Palermo. Naturalmente ci sono stati coloro (moltissimi) che hanno gridato al tradimento: vergogna, mercenario, non ci sono più le «bandiere»! Purtroppo siamo noi giornalisti che abbiamo storicamente alimentata la sciocchezza delle «bandiere» a vita, a uso e consumo di tifosi con la testa conficcata nel pallone. Da quasi cent'anni ormai i calciatori sono per vero dei professionisti, che possono essere correttamente considerati «bandiere» finché difendono con lealtà, spirito di sacrificio ed entusiasmo sportivo i nostri colori. Solo questo si può pretendere da loro. Quando cambiano casacca, per volere proprio o del presidente del Club, perché sputare loro addosso? Ricordo fior da fiore Eranio e Pagliuca, due grandi campioni in rossoblucerchiato: invece di essere orgogliosi di averli avuti tra le proprie file, dagli al traditore! Cambiamo editore noi giornalisti, cambiano datore di lavoro manager, impiegati, operai, cambiano partito, bandiera, faccia e frattaglie i politici, ormai cambiano marito e moglie due italiani su tre: come può non sentirsi ridicolo chi si ostina a considerare che l'unica imperitura «bandiera» rimasta in questa nostra Italia perennemente provvisoria sia il giocatore di pallone?
Ripescaggi. Per quanto riguarda il Genoa (e il Napoli), due giorni fa il Consiglio federale ci ha messo in pratica una pietra sopra, e c'è chi - non avendo capito niente? - si ostina ad alimentare l'illusione. Giusta o sbagliata che sia la decisione del Palazzo di gomma (che più si tira più s'allunga), tenuto conto della sofferenza e della conseguente frustrazione di un'intera tifoseria e dell'indole non precisamente pacifista di una sua frangia non trascurabile, è come girare per un deposito di benzina con una torcia accesa in mano. Complimenti. Ad maiora.