Non svendete il Paese

Questo articolo vuole suscitare la riflessione di due grandi italiani che hanno dedicato la loro vita politica a perseguire il meglio possibile, in diverse circostanze storiche, l'interesse nazionale italiano: Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, senatori a vita. Il loro voto è determinante per la continuazione o interruzione del governo Prodi. Cossiga ha dichiarato che dovrà sostenerlo, anche se ritiene pessima la Finanziaria, per evitare la crisi di governabilità in un momento critico per la credibilità dell'Italia. Ritengo che Andreotti pensi in modo simile. Secondo me il rinviare la legge di bilancio, annullando il decreto fiscale, dopo nuove elezioni urgenti o la formazione di un breve governo d'emergenza nazionale sarebbe un beneficio più che un danno per la nazione. Ma c'è un altro motivo più urgente per far cadere Prodi al Senato: la sua politica estera sta collocando l'Italia fuori dall'Occidente. Voi per tutta la vostra vita avete tentato di tenercela dentro. Possibile che possiate sostenere un governo che fa strame del vostro lascito e dell'interesse nazionale?
Senatore Cossiga, come si sente nel leggere che il comandante francese della missione in Libano, a cui sono sottoposti i militari italiani, ha annunciato che sparerà contro gli aerei israeliani, ma senza dire cosa farà nel caso le sue truppe intercettino un rifornimento di missili iraniani agli Hezbollah? Ma andiamo con ordine. Giulio Andreotti ed altri grandi democristiani decisero, nel 1949, che la salvezza dell'Italia sarebbe stata quella di diventare parte organica dell'Occidente. Ed entro questa scelta di grande strategia cercarono una nostra autonomia nazionale: rapporto bilaterale privilegiato con l'Urss per domare i comunisti nostrani, mani libere nel Mediterraneo per assicurarci il rifornimento energetico e, dopo gli anni '70, per minimizzare il pericolo del terrorismo. Ma sempre sotto l'ombrello statunitense perché era l'unico che ci garantiva protezione in caso di seri guai, soprattutto, nel Mediterraneo. Andreotti interpretò l'interesse nazionale collocando l'Italia verso il confine tra Occidente e Paesi non-allineati. Cossiga fu più decisamente occidentalista. Ambedue, in modi diretti o indiretti, manovrarono sempre nelle contingenze per far pesare il nostro Paese. Penso si sentano male nel vedere che l'Italia si è ora messa in asse con Parigi e Madrid servendo l'ambizione francese di diventare il pilastro di una Pax eurabica basata sull'esclusione dell'America dal Mediterraneo e di un'alleanza con gli islamici. Anche perché non c'è alcun vantaggio per il nostro interesse nazionale, solo costi. Significa diventare più ricattabili da parte dei poteri islamici. Con la complicazione che agendo noi da ascari dei francesi il business, eventualmente, verrà fatto a Parigi e non certo a Roma. L'America ci ha messo nella lista degli inaffidabili e ciò non aiuterà le commesse per l'industria italiana. Berlino si è precipitata a dire a Washington che la Germania è l'unico vero grande e affidabile alleato occidentale nell'Europa continentale. A gennaio, in qualità di presidente dell'Unione Europea, la Merkel probabilmente proporrà la formazione di uno spazio economico euroamericano e noi diventeremo irrilevanti in Europa perché fuori dall'Occidente. Come spiegare un tale suicidio geopolitico? A me sembra che non ci sia calcolo razionale, ma semplicemente il fatto che Prodi si è venduto ai francesi fin da quando fu in grave difficoltà nel ruolo di Presidente della Commissione europea. Voi, padri, avete parlato anche con il diavolo quando fu necessario, ma mai lo avete fatto apertamente per non legittimare il nemico. L'Iran chiede all'Italia di essere riconosciuta potenza legittima e Prodi lo concede, diversamente da Berlino e, perfino, da Parigi. Motivo? Ne temo uno indicibile. D'Alema? Un dilettante, ammettiamolo con sorpresa vista la sua abilità in politica interna. Senatore Andreotti, aiuti nuovamente l'Italia. Senatore Cossiga, un giorno mi disse affettuosamente, per salvarmi da delusioni: «A’ Pelà tornatene in America». Oggi mi permetta di sussurrarle: «Presidente, torni in Italia».
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