«Non temo Strasburgo sono stato in un lager»

RomaBoris Pahor, classe 1913, il più anziano eurocandidato: circoscrizione Nord Est sotto le insegne della Südtiroler Volkspartei. I suoi primi ricordi d’infanzia?
«I colpi di cannone della Prima guerra mondiale e la “spagnola”, influenza che mi portò via una sorellina».
Correva l’anno?
«1918. Poi ho un altro ricordo che ha segnato tutta la mia vita».
Dica.
«L’incendio del Narodni dom, sede centrale delle organizzazioni della comunità slovena di Trieste da parte dei fascisti: 1920».
Lei è nato a Trieste sotto l’impero austroungarico. Scuole?
«Seminario a Capodistria e università, lettere, all’università di Padova».
Poi?
«Tornato a Trieste ho insegnato letteratura».
Perché la Svp?
«Perché è collegata alla micro formazione con la quale mi presento: la Slovenska Skupnost (Unione Slovena)».
Che sarebbe?
«Un piccolo partito attivo in Friuli-Venezia Giulia nelle province di Gorizia, Trieste e Udine che si propone di tutelare i diritti della minoranza slovena».
Come è nata la sua candidatura?
«Non è mica venuta a me l’idea. Me l’hanno proposto e ho accettato».
Che battaglie farà a Strasburgo?
«Difendere le nostre tradizioni e i nostri prodotti tipici».
Nostre di chi? Italiane o slovene?
«Slovene. Ma vorrei difendere e tutelare tutte le minoranze etnico-linguistiche. Quello che già faccio come vice-presidente dell’Associazione internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate».
Sa quanti deputati ha l’europarlamento?
«Non ne ho idea».
736. Non ha paura di venir stritolato dalle scartoffie, lassù a Strasburgo?
«Ho vissuto due guerre mondiali e i campi di sterminio. Paura proprio no, anzi. Vorrei raccontare la mia testimonianza per evitare che possa accadere quello che è accaduto a me».
Deportato nel lager di Natzweiler-Struthof perché nella Resistenza.
«Un inferno. Mi sono salvato perché masticavo un po’ di francese. Mi hanno fatto fare l’aiuto interprete al medico capo».
Quante lingue parla?
«Le lingue slave, l’italiano, il francese e un po’ di tedesco».
Ha vissuto nel secolo dei totalitarismi. Si è voltata pagina?
«Sembrerebbe di sì. Ma mi candido anche per evitare rigurgiti».
Vede dittatori all’orizzonte?
«Ho più paura per le masse che potrebbero voler vederne qualcuno all’orizzonte».
È preoccupato per la situazione nei Balcani?
«Sì, ma un nuovo totalitarismo potrebbe nascere in qualsiasi nazione. L’animo umano è capace delle peggiori atrocità».
Turchia nella Ue: sì o no?
«No. Visto come trattano i curdi poi...».
Crisi economica: barriere doganali sì o no?
«Servono. Anche se di economia ci capisco poco».
Pensioni: aumentare l’età pensionabile?
«No. Anche se mi rendo conto che il vero problema è l’accesso al lavoro da parte dei giovani».
Ha un telefonino?
«Sì, con una moglie cardiopatica devo essere sempre raggiungibile».
Internet?
«Non ho nemmeno il pc. Uso una vecchia macchina per scrivere Remington».
Il suo modello di politico?
«Italiano Sandro Pertini, europeo Willy Brandt».
Nella sua vita per chi ha votato?
«Mai Dc. Sempre a sinistra pur essendo anticomunista».
Cosa direbbe al suo collega più giovane?
«Ascoltare quello che dicono i più anziani ma ragionare con la propria testa. Sempre».