Non è un titolo di serie B

Mercoledì scorso contro la Roma ha sprecato il primo, quando tutto San Siro e tutta la Milano nerazzurra erano pronti a festeggiare. Ma il secondo match-ball della stagione l’Inter di Roberto Mancini non se l’è lasciato sfuggire: ha battuto il Siena e, con la complicità dell’altra squadra nerazzurra della serie A, l’Atalanta che ha superato la Roma, ha conquistato aritmeticamente il suo quindicesimo scudetto. Il secondo consecutivo.
Meritati entrambi anche se, evidentemente, si sono trascinati con loro soddisfazioni assai diverse. Morali, il primo, quello dell’anno scorso, con la consapevolezza di aver vinto un torneo in cui qualcuno aveva pesantemente truccato le carte; anche fisiche, se così si può dire, quelle di ieri con la certezza di essere stata, in campionato, la squadra più autoritaria, più continua, più decisa, più consapevole dei propri mezzi. In una parola: la più forte.
E non si venga a dire che questo scudetto è di serie B perché mancava la Juventus. Innanzitutto la squadra bianconera non c’era per colpe proprie e non per complotti o macchinazioni di altri. Quando, nel 1980-81, il Milan finì nella serie cadetta a causa dello scandalo delle scommesse e la Juve vinse il titolo, nessuno, né a Torino, né altrove, disse che quello era uno scudetto a scartamento ridotto.
Tutti nell’Inter, da Moratti a Mancini, dai giocatori ai tifosi, questo campionato hanno voluto vincerlo ad ogni costo. Oggi è facile dire che sin dalla prima giornata sono scesi in campo con la certezza di vincerlo. Non pensiamo che sia così; di sicuro, sarebbe sciocco nasconderlo, la situazione generale - la Juve in B, Milan, Fiorentina e Lazio penalizzati - era un’occasione d’oro servita su un vassoio d’argento ma era comunque un’occasione che andava colta, che andava sfruttata. Ha tentato anche la Roma e non c’è riuscita.
L’Inter è partita subito forte ma senza dare l’impressione dello schiacciasassi. Ha battuto la Fiorentina, ha pareggiato con la Sampdoria a San Siro, ha superato la Roma all’Olimpico e il Chievo, non è andata oltre l’1 a 1 a Cagliari, ha battuto il Catania, ha pareggiato a Udine e ha travolto il Livorno.
La svolta del campionato è arrivata alla nona giornata nel derby che il Milan giocava in casa. Una partita rocambolesca con l’Inter sul 3 a 0 due minuti dopo l’inizio della ripresa, con Seedorf che accorcia, Materazzi che va in gol e subito dopo viene espulso, col Milan che nei minuti finali si porta sul 3 a 4, con l’Inter che, in inferiorità numerica, resiste all’assalto all’arma bianca dei rossoneri e vince.
L’Inter è uscita da questa sfida con la certezza di essere forte, di essere la più forte squadra italiana. Da lì ha inanellato una serie di vittorie - 15 - che le hanno fatto battere un record che difficilmente sarà superato: 17 successi consecutivi.
Tanto di cappello, dunque, davanti a quest’Inter, davanti a Moratti che nonostante i bocconi amari che è stato obbligato a mandar giù per 12 anni, ha continuato ad aprire i cordoni della borsa finché è riuscito a dar vita a una squadra veramente forte e con un grande futuro davanti. Tanto di cappello a Mancini che ha saputo gestire benissimo più di venti campioni, con i loro caratteri, le loro bizze, i loro umori, che è riuscito perfino a contenere il «caso Adriano». E tanto di cappello, infine, ai giocatori. Fra i quali, come emblema della squadra, vorremmo scegliere Marco Materazzi, uscito dai mondiali di Germania con una maturità, una consapevolezza dei propri mezzi e dei propri limiti, un attaccamento ai colori e una capacità di sacrificarsi da grandissimo campione.
Sergio Rotondo