NON TOCCATE MATTEOTTI

Su Repubblica di ieri Filippo Ceccarelli ha professato il suo «sgomento» per le parole con cui il presidente della Camera Gianfranco Fini s’è rivolto ad Antonio Di Pietro. Posso a mia volta esprimere il mio, di sgomento, per la disinvoltura con cui Tonino il greve è stato paragonato - in quanto vittima di violenza nera - a Giacomo Matteotti, e il Parlamento appena eletto è stato paragonato a quello dominato dai fascisti?
«Si parva licet...» recita l’antico adagio. In questo caso non licet. L’accostamento di importanti e drammatici avvenimenti del passato a piccole polemiche del presente offende la storia, offende le libere istituzioni della Repubblica, offende la memoria del deputato socialista messo a tacere con un agguato mortale. Il titolo di Repubblica alludeva a una «voce dal sen (di Fini) fuggita, che ricorda le parole di Rocco». (Alfredo, il quale presiedendo allora la Camera esortò Matteotti a non provocare incidenti e a concludere il suo discorso).
Un filo ideale unirebbe dunque la Montecitorio «sorda e grigia» che Mussolini era pronto a trasformare «in un bivacco di manipoli» alla Montecitorio conquistata dai mussoliniani del terzo millennio. Ecco che, nonostante tutti gli annunci di reciproco rispetto, nonostante le solenni promesse di evitare, per decenza patria, il richiamo in servizio del Ventennio, siamo alle solite. Fini rimane in camicia nera. O almeno gliela si fa indossare quando conviene. Attribuendo a un ex pm dall’oratoria torrenziale e sintatticamente demenziale l’aureola del martire. Lui, Antonio Di Pietro, unico e intrepido oppositore di Berlusconi. Roba da citazione leopardiana: «Io solo combatterò, procomberò sol io».
Fini deve essere più attento. Ha sbagliato, e mi sono permesso di rilevarlo, quando - non ancora issato alla terza carica dello Stato - ha definito le manifestazioni antisemite di Torino molto più gravi dell’uccisione d’un ragazzo a Verona. Ma se, nell’assicurare a Di Pietro il suo intervento per impedire i malumori dell’aula, aveva aggiunto «ovviamente dipende da quel che si dice» mi par chiaro volesse intendere una cosa molto semplice: ossia che certi toni e certi argomenti eccitano immancabilmente le assemblee, e che è inutile, quando li si usano, sperare in un dibattito tranquillo.
Sì, Fini poteva esprimersi meglio. Ma c’è chi in ogni sua espressione vede infallibilmente, per pigro conformismo, balenar di fasci littori e di gagliardetti. Cosicchè se Fini esprime un concetto di banale buonsenso, ossia la difficoltà di Obama, in quanto nero, d’avere il consenso d’una maggioranza di suoi concittadini nelle elezioni di novembre per la Casa Bianca, lo si bolla come razzista. Il principio è che una menzogna politicamente corretta sia meglio d’una verità politicamente scorretta.