"Non tutti s’identificano nella Costituzione"

Giallo sulle frasi di Napolitano a Helsinki: "Costituzione, questione ancora aperta". Ma in una nota ammorbidisce i toni. E avverte: testo migliorabile, ma solo nella seconda parte. E su La Russa: "Ho solo espresso il mio punto di vista"

Roma - Troppi gli euroscettici, troppi quelli che non ammettono come sia l’antifascismo uno dei collanti dell’Unione. E troppi quelli lontani dalla Carta. «Io credo che ci siano in Italia questioni aperte ancora oggi per quello che riguarda la piena identificazione che ci dovrebbe essere da parte di tutte le componenti della società nazionale nei principi e nei valori della Costituzione». Servirebbe, insomma, dice Giorgio Napolitano una forte dose di «patriottismo costituzionale» e invece qualcuno ancora stenta a riconoscersi nel testo sacro che è sì «migliorabile», ma solo nella seconda parte e che comunque riflette gli stessi valori del Trattato europeo e di quello di Lisbona. Qualcuno dunque è fuori dalla Costituzione. Ma con chi ce l’ha il presidente? Con Ignazio La Russa che a Porta San Paolo ha ricordato i caduti di Salò? Magari anche con la Lega?

Sulla pista di Helsinki l’aereo presidenziale ha già i motori accesi per tornare a Roma, quando il Quirinale diffonde una precisazione. «Il titolo “Non tutti si riconoscono nella Costituzione” con cui alcune agenzie di stampa hanno sintetizzato le dichiarazioni del presidente non corrisponde ai contenuti e ai termini delle sue risposte». Il capo dello Stato vorrebbe quindi smussare, derubricare, girare pagina. Ma non c’è niente da fare, il vento sciroccoso della polemica sulle diverse letture dell’8 settembre in un modo o nell’altro è arrivato pure in Finlandia.

Il caso La Russa-Nembo aleggia infatti durante la conferenza stampa che chiude la sua visita di Stato. «Le parole del ministro della Difesa? Non ho da fare nessun commento. Ho solo espresso il mio punto di vista, che credo sia quello della Costituzione repubblicana». Niente strappi, niente questioni aperte con il governo. «Non ho avuto polemiche, né discussioni, con nessuno. Non ho tirato per la giacca, né richiamato, né rimbrottato nessuno. Vorrei che da parte di tutti si riferisse correttamente il modo in cui si sono svolte le cose. Io non ho risposto a nessuno, a Porta San Paolo. Ho svolto il mio intervento, che avevo steso il giorno prima che iniziasse la cerimonia, e l’ho pronunciato per ultimo, come previsto dal programma della cerimonia». In altre parole: non mi sono piaciute le tante versioni date da diverse fonti su come sono andate le cose, quello che ho detto l’ho detto non rispondendo ad un impulso del momento, ma dando seguito ad una riflessione ponderata attorno ai valori fondanti della Costituzione e della Repubblica.

E che la Carta, insiste Napolitano, debba essere considerata il perno dell’Italia di oggi, «l’ho ribadito ancora in questi giorni; penso che ci siano tutte le condizioni perché si vada verso questo comune riconoscimento nei principi e nei valori della Costituzione». Le cui modifiche sono «possibili, necessarie e concertate» nella seconda parte, ma questo «è un altro discorso». In conclusione: «Non ho detto che in Italia manchi più che in altri Paesi la tensione per l’integrazione europea. Come ho spiegato tante volte, ho ribadito per l’Italia l’esigenza di un forte moto di patriottismo costituzionale». Siamo al 60° anniversario, il bilancio delle celebrazioni «non è del tutto soddisfacente». Il capo dello Stato si augura «uno sforzo maggiore della cultura, della politica dell’informazione, della scuola». Solo così, sostiene, ricordando senza «false equiparazioni», riusciremo a ritrovare coesione nazionale e a svincolarci da un dibattito che dura da sei decenni. Potremo fare come la Finlandia: «Hanno metabolizzato tutto degli anni duri della guerra. Non sono rimasti prigionieri del risentimento né di una logica di isolamento. Hanno saputo attraversare la propria storia».

La strada passa ancora per l’Europa. «È evidente che l’unità ha garantito pace e stabilità, crescita economica e benessere sociale. È vero che la Ue non ha saputo determinare una nuova fase di sviluppo né darsi istituzioni efficaci. Ma è compito dei governi e delle leadership nazionali, al di là delle dichiarazioni, indicare le vie da percorrere».