"Non vestitevi da stupro". Protesta in slip

Il "consiglio" di un poliziotto canadese per evitare gli abusi dà il via
a marce in tutto il mondo. Protagonisti donne e uomini in abiti
succinti per ribellarsi alla violenza

Prima Toronto. E poi Ottawa, Vancouver, Montreal. Perché «ne abbiamo avuto abbastanza». E quindi anche Orlando, Dallas, Boston, Londra. Tanti, donne e uomini, con addosso lingerie, minigonne, giarrettiere, micropantaloncini: in cammino per la «slutwalk», la marcia delle puttane. Testuale, così si chiama la protesta per difendere le vittime degli stupri ferite due volte: da chi le ha violentate e da chi poi dice che è pure colpa loro. Non è la prima volta ma è successo di nuovo, e in pubblico, in una università di Toronto, dove si teneva un seminario sulla sicurezza e un poliziotto ha pensato di sintetizzare il dramma dello stupro così: «Qui si sta menando il can per l’aia. Mi è stato detto di non dirlo, ma io lo farò lo stesso: le donne dovrebbero evitare di vestirsi come puttane per non diventare vittime».

Nel civile Canada, la frase ha indignato per il contenuto, e perché a pronunciarla è stato un uomo in divisa, uno che le donne stuprate dovrebbe difenderle e non giudicarle. Ma era già successo anche in Italia, sentenze che anziché proteggere le vittime hanno suggerito che gli abusi, in fondo, se li sono cercati: come quella famosa dei jeans, poi rinnegata dai giudici, dopo mille polemiche. Era il 1999 e la Cassazione stabilì che «è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans a una persona senza la sua fattiva collaborazione», cioè in pratica, se la vittima porta il pantalone in denim, in realtà si è spogliata da sola e la violenza non c’è.

Ecco, il ragionamento del poliziotto di Toronto (il suo nome è Michael Sanguinetti, si è inutilmente scusato ed è stato richiamato dal suo superiore) non si discosta molto da quello stile. Come da quello di un’altra sentenza di qualche anno fa, secondo cui la violenza su una quattordicenne era «meno grave» perché la ragazzina aveva già avuto rapporti (anche in questo caso la Cassazione ha dovuto «seppellire con ignominia» un precedente così pericoloso). Il capo della polizia di Toronto ha definito il pensiero del suo sottoposto «arcaico», ma le donne della città hanno deciso di fare di più. In cinque hanno fondato la «slutwalk» e, dalla prima camminata sotto le finestre del commissariato, la marcia si è diffusa in tutto il Nordamerica, in Australia, Europa e Nuova Zelanda. L’ultima a Boston sabato scorso, le prossime sono già programmate, via Facebook, fino a settembre. Lo scopo è duplice: rendere giustizia alla parola e smettere di gettare vergogna sulle vittime. I cartelli in piazza rivendicano la dignità delle prostitute e il diritto a sentirsi sensuali, la slut pride, cioè l’orgoglio delle puttane e il dolore dell’abuso («Not asking for it», non l’abbiamo chiesto). «Non dite a noi come vestirci, dite agli uomini di non stuprare», e poi «sexy non è un invito alla violenza». Uomini e donne, che si preparano a marciare anche a Chicago, Los Angeles, Sydney, Stoccolma, Amsterdam, Buenos Aires, San Diego, Seattle. Non è che certi ragionamenti spariscano, nel ventunesimo secolo. Neanche tre anni fa la Cassazione ha dovuto ribadire che «i jeans non sono una cintura di castità», perché c’è stato più di un aggressore che ha provato a fare cadere la colpa sulla sua vittima in nome di quei pantaloni. Saranno magari anche quelli da indossare, nelle «slutwalk»?