«La Nona di Beethoven fa crescere» All’Auditorium dirige Blomstedt

Igor Principe

«Ho trovato un’orchestra giovane e talentuosa. La prima prova è stata molto buona». Le parole di Herbert Blomstedt rassicureranno chi abbia timori dell’assenza di Riccardo Chailly alla guida dell’Orchestra Verdi nel tradizionale appuntamento di Capodanno con la Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven (da stasera al 2 gennaio, Auditorium di largo Mahler, ore 19.30, domenica 1, ore 16).
Ma se anche il maestro non avesse detto alcunché, nessuna paura avrebbe trovato adeguato fondamento. Blomstedt ha inciso per Decca l’integrale delle sinfonie beethoveniane, e dialoga con la Nona da oltre quarant’anni. «Quella partitura è un miracolo - dice -. È fresca, arriva diretta al cuore ma costituisce anche una sfida intellettuale. In certi passaggi è più moderna di un pezzo contemporaneo».
Nato negli Stati Uniti 78 anni fa da genitori svedesi e cresciuto in terra scandinava, il maestro si esprime in un inglese limpido come la sua capacità di farti capire la musica, mettendo opportuni paletti per evitare di perdere la bussola e perdersi nella palude dell’ovvio, dove ogni nome è grande ad honorem. «Circa un anno fa - racconta - ho diretto l’orchestra sinfonica di Boston accompagnando Cecilia Bartoli (soprano, ndr). Cantava brani di Antonio Salieri. Musica semplice, non troppo appassionante. Nel bel mezzo, un brano di Haydn. È stato come se si aprisse un mondo, e il pubblico l’ha percepito. Beethoven fa questo effetto. Ti apre un mondo, è speciale ogni volta in cui lo suoni. Capisci quanto non fosse mai soddisfatto del suo lavoro, quanto cercasse di andare sempre oltre le sue possibilità. Diversamente da Mozart, non scriveva musica per intrattenere, ma per cambiare il mondo».
Questo significa che è più grande di Amadeus? «No: era più esplicito. Mozart, lo si legge in una lettera al padre Leopold, componeva per intrattenimento ma non riusciva a trattenersi dallo sperimentare nuove soluzioni. Solo lo faceva tra le righe, quasi di nascosto. E per coglierlo, devi prestare attenzione. Beethoven, no. La sua portata innovativa è immediata, ti fa capire quanto cercasse l'assoluto». Direttore per anni dei complessi musicali di Lipsia, ruolo ora ricoperto da Chailly, Blomstedt torna all’Auditorium dopo sei anni.
Allora diresse l’orchestra del Gewandhaus; ora è con la «talentuosa» Verdi, le voci Ruth Ziesak (soprano), Christa Mayer (mezzosoprano), Robert Künzli (tenore), Istvan Kovacs (basso) e con il coro diretto da Romano Gandolfi. Un’ennesima sfida con il genio del musicista tedesco. Ma non c’è il rischio di ripetersi, maestro? «No. Dirigere è come un atto d’amore, rinnovato di volta in volta dal contesto. Dirigere è creatività, più modesta del comporre ma comunque ricca di strade da seguire. Con Beethoven, poi, ti confronti davvero con i tuoi limiti e con la possibilità di superarli di un passo ad ogni occasione».
E di segnare un nuovo limite da superare. «Non è così, la vita? - chiede Blomstedt -. Mi viene in mente Kierkegaard e la sua immagine della casa. Al primo piano ci sono i generi alimentari e le cose che ci fanno stare comodi. È il piano dell’estetica. Al secondo c’è l’etica, e godi di una vista più ampia. Al terzo la religione, e vedi ancora meglio. Noi viviamo la maggior parte del nostro tempo al primo piano, ma dobbiamo fare di tutto per raggiungere gli altri due. Beethoven mi aiuta a salire».
Solo lui? «Ovviamente, no - conclude -. Tutta la musica può aiutarci. Non sviluppa capacità tecniche ma apre la mente e ci fa crescere. Ne abbiamo bisogno: eticamente, il mondo è ancora popolato da bambini».