Nones e Kehrer raccontano la loro odissea e il dramma di Unterkircher

I due alpinisti raccontano il dramma del capocordata inghittito da un crepaccio e il loro 11 giorni sulla "montagna maledetta" in una video conferenza su Internet

Bergamo - Hanno raccontato i loro undici giorni sulla parete del Nanga Parbat, l’incidente mortale al capo della spedizione Karl Unterkircher e le operazioni di soccorso che questa mattina li hanno portati in salvo. I due alpinisti italiani sull’Himalaya Walter Nones e Simon Kehrer si sono collegati nel pomeriggio in videoconferenza - via skype su internet - dall’albergo di Gilgit, in Pakistan, dove si trovano da qualche ora in attesa di tornare in Italia, con la sede di Bergamo del Comitato Everest K2 Cnr, che ha coordinato la spedizione di salvataggio. "Abbiamo passato giorni non belli - spiega - Walter Nones - ma la forza ci ha fatto arrivare sani e salvi al campo base".

"Unterkircher è sprofondato all'improvviso" Inizia poi il drammatico racconto dell’incidente a Karl Unterkircher: "Eravamo a 6.00 metri di quota - dice Nones - la neve era molle e Karl avanzava adagio perchè ad ogni passo sprofondava fin sopra alle ginocchia. A un certo punto non si è più visto. Ha fatto un volo di circa 15 metri in un crepaccio, andando a sbattere più volte contro la roccia e gli è andata sopra tanta neve. Lo abbiamo cercato immediatamente e lo abbiamo trovato quasi subito - aggiunge - però ci siamo resi conto che ormai non c’era più niente da fare".
I due alpinisti, bloccati successivamente dal maltempo per dieci giorni sulla parete del Nanga Parbat, avevano sperato fino a ieri di poter riportare in Italia il corpo del loro capo spedizione: "Il recupero sarebbe troppo rischioso - spiega Agostino Da Polenza, presidente del Comitato Everest K2 Cnr, e coordinatore dei soccorsi -. Si dovrebbero mettere a rischio altre vite umane e questo non è possibile. Sono sicuro che anche Karl non lo vorrebbe".

"Il tempo è migliorato e siamo scesi come pazzi" Nones e Kehrer sono rimasti sul Nanga Parbat fino a quando le condizioni meteo non hanno permesso loro di scendere fino a dove gli elicotteri hanno potuto raggiungerli: "Appena abbiamo visto una schiarita - racconta ancora Nones - siamo scesi come dei pazzi per arrivare al campo base. Avevamo ancora in testa di portare a casa anche Karl, ma purtroppo non è stato possibile". "È stato doloroso perdere così un grande amico e un grande alpinista - sottolinea Simon Kehrer -. Durante tutta la scalata, anche dopo l’ incidente, lo vedevo davanti a me che mi incitava. Ha lasciato un vuoto enorme".