Nonna Rina ha i ricordi nel pallone

«Avevo 72 anni quando ho incominciato a fare la volontaria, ho telefonato all'associazione e sono andata il giorno stesso a visitare i malati». Con queste parole Rina Carmignati, abitante a Recco, incomincia a raccontare il suo impegno nell'assistenza ospedaliera. «A me piace dare aiuto e affetto, sono milanese anche nell'anima e, a Milano, abbiamo il cuore in mano; non mi è mai pesato questo impegno, anzi portare un po' di conforto a chi sta male è un dovere; dico sempre: sono loro che danno qualche cosa a noi. Oggi, che ho 97 anni, se qualche amica volontaria mi fa compagnia nel tragitto a piedi, vado tre volte alla settimana all'ospedale di Recco».
Come si può consolare una ottantenne con tanti acciacchi?
«Oh... facile! le dico: fatti coraggio, tu sei ancora giovane, ci ridiamo su, con una battuta scherzosa la salute ritorna. Io ho dei bulloni e delle piastre nella gamba, perché mi sono rotta il femore. Ai malati che brontolano per i dolori dico: io svito i bulloni e li olio bene e vado avanti, io scherzo, metto le caramelle nelle quattro tasche della cappa e le distribuisco, dicendo loro, ricordatevi, mai fermarsi! Chi si ferma è perduto! Io ho avuto dei momenti tristissimi nella mia vita, ma ho sempre guardato avanti... Mai indietro! Diventare vecchi è dura, non si scherza. All'ospedale mi conoscono tutti, dal primario alle infermiere; se avessi la forza andrei anche tutti i giorni, perché mi diverto. Vari enti assistenziali mi hanno dato medaglie e targhe di riconoscimento per la mia opera di volontariato».
Ma sua figlia cosa dice di questa attività?
«È orgogliosa di me! Eh... eh ma è sempre in apprensione, mi lascia andare in compagnia di altre volontarie, io vivo sola e voglio vivere qui a Recco, vicino al cimitero di Megli, dove ho mio marito e mio figlio. Ho il “televita”, appeso al collo e ho i vicini di casa che mi fanno compagnia, non c'è da preoccuparsi. Ho sempre fatto la donna di casa: mio marito, che era un calciatore professionista, diceva non c'è cifra che paghi il lavoro della casalinga. Il nostro è stato un grande amore: quando ci siamo conosciuti io avevo 13 anni e mezzo, lui 17; mi sono sposata a 19 anni, i miei non volevano, perché a quei tempi fare il calciatore non era considerato un mestiere! Ho qui con me il portachiavi del Milan, quello che per tanti anni mio marito ha portato in tasca».
In quale squadra giocava?
«Mio marito era Giuseppe Carmignati, è stato portiere del Milan negli anni trenta, per 13 anni in prima squadra, pensate due anni fa sono andata alla sede della società dove c'era una festa con i giocatori che mi hanno accolta con gioia e rispetto, una giornalista mi ha intervistata, ho raccontato la mia vita, ho qui la cassetta! Sono una milanista nel cuore. Sono un po' genoana, anche se in Liguria ci chiamano “bauscia”, ma a me non lo dicono, mi vogliono bene qui a Recco».
Va sempre allo stadio con la sciarpa rosso nera?
«Non scherzate, non posso vedere le partite, quando guardo la porta, vedo sempre mio marito tra i pali, mi prende l'ansia e il magone e sto male! Sapete quante partite ho visto quando lui era tra un palo all'altro? Era un bravo portiere. Ohh! 13 anni in prima squadra, mica... scherzi! Anche il Torino lo voleva acquistare per uno stipendio alto, ma lui ha preferito il Milan e mille lire al mese come la canzone, ve la ricordate? Ha giocato fino a 32 anni».
Qual è la differenza tra i calciatori degli anni '30 e quelli di oggi.
«Io me ne intendo, quelli là, degli anni trenta, erano atleti, questi sono divi, ma passiamo ad altro! Noi abbiamo fatto la bella vita: andavamo sempre in bicicletta a pesca e a caccia da Milano a Vigevano. La sera andavamo a teatro a vedere le opere, la lirica, alla Scala di Milano avevamo il posto in terza fila. Quando si va alla Scala, gli altri teatri ti sembrano di serie B. È il teatro per eccellenza, ti sembra di vivere la scena assieme gli attori. Dopo l'opera andavamo a mangiare la pizza fino all'una di notte. Oggi sono solo ricordi, ma io mi faccio sempre coraggio; all'età di 83 anni ho incominciato a disegnare ad olio e anche a china, tutti i quadretti che ho in casa li ho fatti io, i più belli li “ha presi su” mia figlia e li ha a esposti a casa sua. Ho imparato andando alla Fondazione Massone, a Recco, poi riuscivo bene e mi sono lanciata, ho frequentato l'Accademia delle belle arti e l'università della terza età per perfezionarmi. In questi ultimi anni non vedo bene e ho smesso. Sono tutti hobby che ho ideato quando è morto mio marito, prima era un'altra vita. Ora bisogna brindare, con prosecco e salatini, andare sul il Giornale a 97 anni è un onore, un giornale di Milano!»