Il nonno fascista che sposò la figlia al «nemico»

«Ci credeva, e negli incarichi amministrativi che ebbe riuscì a farsi benvolere da tutti». Un omaggio postumo a all’ormai ex segretario del Pd Walter Veltroni all’indomani dell’addio? No. Il suo successore Dario Franceschini sta parlando del nonno. Fascista della prima ora, camicia nera. «Aderì prima al fascismo (lo scrive proprio così, con la “f” minuscola, ndr), poi alla Repubblica di Salò». A raccontarlo lo stesso Franceschini, in una lettera inviata al Giornale all’indomani dell’intervista nella quale il giornalista e storico Giampaolo Pansa raccontava una di quelle storie che appartengono alla maggior parte delle nostre famiglie. Anche il seguito ci ricorda qualcosa. Sì, perché nonostante si fosse fatto benvolere da tutti nel suo ruolo di amministratore, Giovanni Gardini «dopo la Liberazione per qualche anno restò lontano dalla sua famiglia e dal suo paese natale, Poggio Renatico, per evitare le vendette e le rappresaglie che segnarono drammaticamente quel tempo». In paese, invece, restò una bambina che girava con gli occhi sempre bassi. Per non vedere i muri, tappezzati dalle scritte «A morte Gardini». Un pericoloso fanatico avvelenato di mistica fascista? Giudicate voi. Quelle bambina divenne ragazza e si innamorò di un giovane ex partigiano, componente del Cln, sfuggito alla fucilazione e diventato deputato della Democrazia cristiana. Avrete capito che Gardenia si sposò presto e dette alla luce il buon Dario. Che oggi può raccontare la reazione del nonno, grande amico di Italo Balbo, il ras della Bassa che seguì perfino nell’avventura coloniale a Tripoli. «Mio nonno approvò quella scelta - scrive Franceschini di suo pugno - e la mia famiglia è stata per anni unita sull’affetto e sul rispetto». Magari da chi passa per essere romanziere di talento sarebbe stato meglio scrivere unita «nell’affetto e nel rispetto». Ma il concetto è chiaro. Così come la lezione della storia. Un ammonimento a seppellire i periodi buoi, a dimenticare con l’amore le divisioni, a generare nella concordia dopo che l’odio ha diviso. Concetti semplici. Comprensibili da tutti. Meno che dal protagonista che nel giorno dell’investitura cosa t’inventa? Il giuramento «sulla lapide delle vittime del nazifascismo», il cippo sul «muretto» del fossato che circonda il Castello degli Estensi. Roba di oltre sessant’anni fa. Non c’è male per chi dovrebbe prendere per mano un partito neonato e fargli respirare un po’ d’avvenire. Né per chi potrebbe diventare l’interlocutore di un dibattito sulle riforme di cui il nostro Paese ha sempre più bisogno. Oggi, non il secolo scorso.
Ma anche la storia dell’eccidio di Ferrara va raccontata. Un episodio orribile, l’ovvia considerazione che però non è mai inutile premettere. Uno dei tanti episodi di sangue e di morte che rendono quella civile la più orribile delle guerre. Undici furono gli sventurati fucilati nella terribile notte del 15 novembre 1943. Non una strage nazifascista, ma una comunque terribile rappresaglia dopo che i partigiani avevano trucidato il federale Igino Ghisellini. Eroe della Prima Guerra Mondiale e di quelle d’Africa e di Spagna. Tre medaglie d’argento al valore e tre di bronzo. Tre lauree e la colpa di aver cercato di creare un clima di tregua nel Ferrarese. Uno che era riuscito a inquadrare 60mila braccianti agricoli nei sindacati del Pnf. Una situazione che ai partigiani rossi non piaceva. E che fu spezzata assieme alla sua vita. Con il corpo ritrovato all’alba in un fossato. E l’odiosa pratica di chi fece credere si fosse trattato di una faida interna. Non era così, come confessarono anni dopo i partigiani comunisti responsabili dell’omicidio.
Brutti episodi. Che forse sarebbe meglio affidare tutti insieme alla storia. Per giurare, magari, su un nonno fascista «che riuscì a farsi benvolere da tutti». E che dà felice in matrimonio la figlia adorata a un ex partigiano.