NORBERT WIENER Il timoniere dei numeri

Una biografia del padre della cibernetica. Da bimbo prodigio che a 10 anni scrisse un trattato di filosofia a coscienza critica delle nuove tecnologie

«Siamo gorghi in un fiume di acque che scorrono in eterno. Non siamo materia che attende, ma disegni che si perpetuano».

Norbert Wiener, Introduzione alla cibernetica

A un certo punto dell’accorato sfogo, proprio non ce la fa più a trattenersi e se ne esce con una battuta tanto cruda quanto incontestabile: «È facile far star ritto l’uovo di Colombo, dopo che Colombo ha mostrato qual è il modo giusto per farlo. Per farlo ci vuole un cervello e non un migliaio di mezzi cervelli intorpiditi». Quanto a cervello, Norbert Wiener era dotatissimo. Quando a 11 (undici) anni divenne il più giovane universitario della storia degli Stati Uniti, entrando al Tuft College di Medford, presso Boston, aveva già alle spalle una formazione da fare invidia a un sessantenne, compiuta sotto la guida del severissimo e coltissimo padre Leo, proveniente da un’antica famiglia ebrea polacca e docente in lingue e letterature slave a Harvard (il quale, fra una lezione e l’altra, aveva trovato il tempo per tradurre, in soli due anni, tutto Tolstoj in inglese).
Il piccolo Norbert era nato il 26 novembre 1894 in una pensione dell’Università del Missouri, a Columbia. A cinque anni declamava le poesie del maestri greci e latini, a sette si era dedicato alla chimica, a nove conosceva algebra, geometria, trigonometria, fisica, botanica, zoologia. E a dieci anni si era preso una pausa... scrivendo un trattato filosofico sull’incompletezza di ogni conoscenza, dal titolo La teoria dell’ignoranza. Miopissimo, grassottello, sensibilissimo e, diciamolo pure, non poco complessato a causa di quel cervello pesante come un grave handicap, Norbert procedeva spedito lungo la strada che lo avrebbe portato nell’empireo che ospita i geni di tutti i tempi.
La sua creatura si chiamerà cibernetica (dal greco kybernes, timoniere: è quindi «l’arte del timoniere»). È la scienza che studia i parallelismi fra macchine, sistemi e organismi viventi e le tecniche di regolazione e controllo e le loro applicazioni in tutti i campi del sapere. I principi alla base della cibernetica sono l’informazione, la comunicazione, la retroazione (cioè la capacità di autoregolazione degli organismi), la «causalità circolare» o influenza reciproca, la teleologia, cioè lo studio dei fini intenzionali delle azioni. Insomma, tutta l’immensa architettura che regola i rapporti fra le cose, viventi o inanimate. Per questo, seguire Wiener nella sua parabola di scienziato e di uomo è un’affascinante avventura intellettuale che possiamo compiere leggendo la sua biografia scritta da Flo Conway e Jim Siegelman, L’eroe oscuro dell’età dell’informazione (Codice Edizioni, pagg. XVI-550, euro 32, traduzione di Paola Bonini).
Un modo per compiere questo percorso è partire dalla fine, sia nel senso filosofico, sia nel senso cronologico. Filosoficamente, Wiener rimase sempre un aristotelico. Lo era già dai tempi in cui si rannicchiava sotto la scrivania del padre a studiare la Fisica dello stagirita dove, oltre alle cause materiali che investono i fenomeni, si parla della «causa ultima», del fine (telos). Quanto alla cronologia dell’uomo-scienziato, negli ultimi vent’anni della sua vita, conclusasi a Stoccolma il 18 marzo 1964 per arresto cardiaco, Wiener dovette lottare con un vero esercito di quei «mezzi cervelli intorpiditi» di cui si diceva all’inizio (la citazione è tratta dal suo libro L’invenzione. Come nascono e si sviluppano le idee, pubblicato nel 1994 da Bollati Boringhieri).
Pur non avendo partecipato al Progetto Manhattan, Wiener aveva compreso, durante e dopo la seconda guerra mondiale, che tutti i governi, fra cui quello del suo Paese, desideravano metter le mani su ogni risorsa interna per sconfiggere il nemico, compresa la risorsa più importante, quella della conoscenza, delle tecniche da applicare alla guerra. «Ho considerato seriamente - scrive in una lettera del 16 ottobre ’43 - la possibilità di abbandonare il mio sforzo produttivo scientifico perché non conosco alcun modo di pubblicare senza che le mie invenzioni finiscano nelle mani sbagliate». E così fece. Da allora si impegnerà nel diffondere tutte le potenzialità che la sua “creatura” aveva nel campo sociale e in quello medico (a esempio per la realizzazione delle protesi), in un’organizzazione del lavoro che non schiacciasse e spersonalizzasse l’uomo sotto il tallone delle macchine e in una generazione di computer che si mettesse al servizio delle persone senza che queste ne diventassero vittime.
È proprio di ogni scienziato l’essere, in qualche modo, anche profeta. La scienza si proietta nel futuro, e chi ne è l’artefice vive il proprio presente sempre in anticipo sul presente dell’uomo della strada. Ma a volte la scienza corre il rischio di mordersi la coda come il gatto, di ribellarsi, con un feedback letale, a chi la maneggia. Lo sapevano bene i padri della bomba atomica, lo sapevano bene Leo Szilard e Albert Einstein. Lo sapeva bene Norbert Wiener, che da padre della cibernetica “buona” non volle trasformarsi in schiavo della cibernetica “cattiva”. Per questo fu ben lieto d’essere dipinto, negli Stati Uniti, come un pericoloso comunista quando nei suoi tour mondiali includeva l’Unione Sovietica e, a Mosca, come un bieco capitalista quando spiegava che i nuovi sistemi di controllo del lavoro avrebbero potuto migliorare, insieme, produttività e qualità della vita. Per questo si oppose all’ibridazione di uomo e macchina e all’intelligenza artificiale: «come il genietto della bottiglia, la macchina che può imparare e può prendere decisioni sulla base di conoscenze acquisite, non sarà in alcun modo obbligata a decidere nello stesso senso in cui avremmo deciso noi stessi, o perlomeno in modo da noi accettabile».
Quando Fbi e Cia, dal ’47, incominciarono ad interessarsi di lui, quel pericoloso agitatore, avvolto dalla nuvola di fumo del suo sigaro e dai suoi pensieri, con il passo lento e gli occhi quasi spenti, stava preoccupandosi non del suo, ma del nostro futuro. Fu una grande consolazione, per lui, trovare nella dottrina indù della reincarnazione delle anime una sorta di «feedback divino» che rimettesse in armonia ciò che gli uomini stavano rovinando. Il professor Wiener, che amava tanto la vita in campagna, morì convinto che «la salvaguardia della fertilità del pensiero umano è un dovere fondamentale quanto la salvaguardia della fertilità del terreno. Entrambe le cose tornano a vantaggio delle generazioni future e possono essere realizzate soltanto da chi si senta responsabile, se non nei confronti dell’Eterno, quanto meno nei confronti di un futuro molto lontano».