Il Nord boccia il partito dell’effimero

La storia ci insegna che quando si impose, dopo la formazione dell’Unità d’Italia, la questione meridionale, il pensiero liberale e quello socialista si confrontarono per cercare di risolvere l’arretratezza economica del Sud del Paese e avvicinarlo alle condizioni di vita del Nord. Da un lato si sottolineava l’esigenza di formare una classe dirigente, cioè una borghesia, che prendesse in mano la direzione dello sviluppo del Meridione, allentando progressivamente la dipendenza economica dal Settentrione. Dall’altro, i socialisti privilegiavano un processo di industrializzazione del Sud con l’apertura di fabbriche per favorire la crescita di una nuova classe operaia.
In ogni caso, la volontà rimaneva sempre quella di unire un’Italia profondamente divisa economicamente e socialmente, valorizzando l’impresa e il lavoro, sostenendo le energie che si battevano per liberarsi dall’assistenzialismo, dalle rendite improduttive, da umilianti servitù ataviche. E la gente del Nord accettava di lavorare anche per quella parte dell’Italia arretrata e povera perché vedeva che i responsabili del governo del Paese erano impegnati a sviluppare economicamente il Sud al fine di raggiungere un equilibrio sociale esteso a tutto il sistema Italia: un obiettivo che sarebbe stato vantaggioso anche per i lavoratori e gli imprenditori settentrionali.
Perché esplode la questione settentrionale? Perché è sparita nel nulla quella meridionale. E non è un bene, mi si può rispondere? Certamente, sarebbe un bene se i problemi economici e sociali di quella parte d’Italia fossero risolti, mentre non solo non sono stati minimamente risolti, ma è stata rimossa la stessa questione meridionale, che significava, semplicemente, come far lavorare il Sud. E da cosa è stata sostituita? Dalla politica dell’immagine e dei festival. E a questo punto la gente del Nord non si dovrebbe imbufalire? Come può accettare di buon grado che i tre grandi leader della «fiesta mobile», Veltroni, Bassolino e Nichi Vendola, invece di preoccuparsi di ricostruire una società centrata sulle logiche del lavoro richieste dalla realtà post-industriale, risolvano i propri problemi mettendo al collo del Nord lo sviluppo economico meridionale?
D’altra parte è vero che tutta la sinistra europea non sa più come tenere insieme impresa e lavoro in una società che si sviluppa economicamente sempre più attraverso i «servizi». Si guardi alla Francia: è il conservatore Sarkozy a riscoprire il valore del lavoro e non, come ci si dovrebbe aspettare, la socialista Ségolène Royal che, esattamente come il trio della «fiesta mobile» italiana, non ha saputo fare altro che puntare sull’immagine e sull’effimero.
Valutando i risultati di quest’ultima tornata elettorale italiana, è stato detto che la sinistra ha tenuto nel Centro-Sud. Se continua a «tenere», significa che la questione settentrionale finirà per distruggere le basi civili di un Nord non più disposto a caricarsi sulle proprie spalle una parte dell’Italia, i cui governanti - locali e nazionali - sono più preoccupati del modo di farla divertire che come farla lavorare.
Si consideri, ora, ciò che è successo nella città di Reggio Calabria. Era un disastro urbano, sociale, economico. È rifiorita grazie al lavoro di un sindaco e della sua amministrazione di centrodestra. E non a caso il sindaco uscente Scopelliti è stato riconfermato con un plebiscito. Lui e la sua giunta sono un esempio di come il Sud possa ritrovare l’orgoglio del lavoro e il desiderio di fare impresa: loro sono le forze del fare che tutto il Meridione dovrebbe e potrebbe mettere in campo per incominciare a risolvere da lì la questione settentrionale.
Stefano Zecchi