Al Nord chi vola non tifa più per l’Alitalia

In qualsiasi altro paese Alitalia sarebbe fallita almeno da un paio d'anni. E magari nel frattempo, depurata di scorie e parassitismi, sarebbe risorta efficiente, dedita ai passeggeri e orientata al mercato. Invece, dopo l'ultima umiliazione di un'asta andata deserta, prepara l'ennesimo piano industriale. Piano che prevede, tanto per cambiare, un ridimensionamento del ruolo di Malpensa; vecchia idea fissa, ossessione patologica dei manager di Alitalia e del ministero dei Trasporti. Ormai e noto a tutti che il traffico aereo italiano origina al Nord, dove viene emesso il 70% dei biglietti Alitalia - per non parlare del traffico merci. Dovrebbe essere inutile ripeterlo. E invece, tutte le volte che la compagnia ridisegna il proprio ruolo, parte da un punto fermo: la marginalizzazione di Malpensa, cioè del suo vero mercato, fingendo di ignorare che una delle cause del dissesto è proprio la «disattenzione»" al mercato del Nord insieme alla irresponsabile arroganza sindacale e alla persistente politicizzazione clientelare, di sinistra e di destra. Il 99% dei dipendenti di Alitalia sono romani e non hanno la minima intenzione di spostarsi a Milano per consentire la nascita di quella tanto a lungo e inutilmente annunciata base di armamento a Malpensa, che eliminerebbe, fra l'altro, i costosi trasferimenti quotidiani di equipaggi e tecnici. E ora, in bilico sul baratro del fallimento, fra mercato e clientelismo politico-sindacale, cosa sceglie Alitalia? Sempre il clientelismo, naturalmente. Non si meravigli, dunque, il personale della compagnia se il passeggero del Nord ne invoca ormai apertamente il fallimento, nella speranza che il trauma possa far pulizia di quello che il presidente Formigoni ha definito il «romacentrismo» di Alitalia. A proposito, come la pensa il sindaco di Roma, leader designato del Partito democratico e aspirante premier Walter Veltroni, Fiumicino o Malpensa?