Nord Corea, intesa sul nucleare Tokyo ai ferri corti con gli Usa

Uno screzio non solo formale tra Stati Uniti e Giappone, alleati di ferro dalla fine della seconda guerra mondiale, arriva mentre il faticoso negoziato di Pechino sul programma nucleare della Corea del Nord sembra essere giunto nei pressi del traguardo. Il vicepresidente americano Dick Cheney, che a partire dal 20 febbraio sarà in visita in Giappone, ha fatto sapere per vie diplomatiche che in quell’occasione non desidera incontrare il ministro della Difesa di Tokyo, Fumio Kyuma. Un passo pesante, che si spiega con le critiche espresse in gennaio da Kyuma sulla guerra in Irak: per il ministro giapponese, la guerra a Saddam Hussein è stata un errore e la Casa Bianca avrebbe in seguito dimostrato di non disporre di piani adeguati per l’uscita dal conflitto. Ma Kyuma non si era limitato a questo: anche la gestione americana della base di Okinawa, un tasto da tempo dolente nei rapporti tra Tokyo e Washington, era finita nel suo mirino.
Cheney incontrerà non solo i vertici politici giapponesi, a partire dal premier Shinzo Abe noto per voler ridare al suo Paese l’orgoglio, e possibilmente anche i mezzi, per interpretare un ruolo internazionale più autonomo e protagonista anche sotto il profilo militare, ma gli stessi vertici delle forze armate: rifiutarsi di incontrare il ministro della Difesa è un gesto molto forte e un soprattutto un segnale di disapprovazione.
La mossa di Cheney arriva in un momento reso ulteriormente delicato dagli sviluppi dei negoziati multilaterali, attualmente in corso a Pechino, sul programma atomico della Corea del Nord. Proprio ieri notte (sera in Italia) fonti sudcoreane hanno lanciato la notizia che da giorni era nell’aria, quella di un raggiunto accordo con Pyongyang basato su un compromesso: congelamento e successiva chiusura dell’impianto nucleare di Yongbyon in cambio di forniture alimentari ed energetiche e di assicurazioni sulla sicurezza del regime di Kim Jong-il.
L’annuncio di questa intesa è stato poi meglio chiarito: i negoziatori dei sei Paesi coinvolti (le due Coree, la Cina, la Russia, gli Stati Uniti e il Giappone) hanno effettivamente raggiunto l’accordo, definito dal delegato statunitense Christopher Hill «un’ottima bozza che dovrà essere implementata», che avrà però bisogno della ratifica dei rispettivi governi. Che questo avvenga automaticamente sarà da vedere, considerando che il governo giapponese è comunque molto preoccupato. Abe teme soprattutto che Bush sia disposto a cancellare il regime nordcoreano dalla lista dei cosiddetti «Stati canaglia» anche prima di ottenere da Kim garanzie assolute sulla neutralizzazione del suo arsenale atomico.
In realtà il Giappone gioca sul tavolo negoziale di Pechino una partita a due facce. Da una parte insistendo coi nordcoreani perché non si rendessero responsabili di «un fallimento che sarebbero i primi a pagare», dall’altra facendo di tutto, con la propria intransigenza, per far fallire quei negoziati. Tokyo, del resto, non si è mai fidata della Corea del Nord, e meno ancora da quando ha ricevuto esplicite minacce di attacchi missilistici. La svolta nazionalista del successore di Junichiro Koizumi al governo del Giappone si spiega anche con la volontà di prendere nelle proprie mani una questione che è vissuta come un pericolo molto grave per la sicurezza nazionale, e che gli americani preferiscono affrontare badando primariamente ai propri interessi.
Inevitabilmente, questo sta portando a un peggioramento dei rapporti tra Washington e Tokyo, e il metaforico schiaffo al ministro Kyuma ne è una conferma. Di questo clima parzialmente guastato hanno con ogni probabilità tenuto conto gli autori di un simbolico attentato compiuto ieri contro la base militare americana di Camp Zama, nella regione di Tokyo. Verso le 23 locali una piccola esplosione è stata udita nei pressi della recinzione, senza che peraltro siano stati riscontrati danni. Fatti simili erano già accaduti negli scorsi anni, ed erano state chiamate in causa frange nazionaliste antiamericane. Poco credibile, anche in quest’ultimo episodio, il coinvolgimento di terroristi di matrice islamica.