Il Nord è già pronto a soffocare il vagito del Partito democratico

Buffa storia quella del Partito democratico. Non è ancora nato e già si discute sulle conseguenze provocate dalla sua faticosa gestazione. La prima di queste discussioni è quella che riguarda la scissione provocata nei Ds dall'uscita di Fabio Mussi, Gavino Angius e Cesare Salvi. Gli scissionisti (ma loro non si definiscono tali) godono di un ampio consenso tra il popolo diessino.
La seconda discussione riguarda la leadership del Pd. E rappresenta il motivo di maggiore divisione esistente attualmente all'interno della maggioranza di governo. Per la semplice ragione che Romano Prodi si considera il leader naturale e predestinato del Partito democratico. E chiede ai suoi alleati di legare il destino della nuova formazione politica a quella sua personale e del suo governo. Gli alleati, invece, sono convinti che il presidente del Consiglio e il suo traballante esecutivo siano la vera causa delle mille traversie che frenano la fusione tra Ds e Margherita. E lasciano intendere che se Prodi non rinuncerà alle sue pretese monarchiche sul Pd non esiteranno a provocare la crisi.
Ma accanto a questi motivi di dibattito se ne aggiunge un terzo che, probabilmente, è il più dirompente di tutti. Si tratta di quello che riguarda la rivolta dei sindaci e dei governatori del centrosinistra delle città e delle regioni settentrionali contro il processo di formazione del Pd eccessivamente verticistico e romanocentrico. I vari Bresso, Chiamparino, Cacciari ed Illy, tanto per citare i nomi di maggiore spicco, non hanno gradito affatto la loro esclusione dal Comitato dei saggi incaricato di fissare le regole del Partito democratico. E, soprattutto, dopo la batosta elettorale del centrosinistra alle amministrative nelle città e nelle province del Nord, hanno interpretato questa esclusione come una dimostrazione lampante della scarsa sensibilità di Prodi e dei vertici di Ds e Margherita per la questione settentrionale. Di qui la decisione di reagire lanciando la proposta di sostituire od affiancare il futuro Pd verticistico e romanocentrico con una serie di Partiti democratici a base regionale pienamente autonomi da quello centrale. Il sindaco di Torino Chiamparino ha fatto la prima mossa raccogliendo una sollecitazione lanciata dall'editorialista de La Stampa Luigi La Spina. E gli altri lo hanno seguito a ruota lasciando intendere di essere ben felici di contrapporre alla «fusione a freddo» degli stati maggiori dei Ds e della Margherita il progetto del Pd federalista e sganciato dal Palazzo.
Nessuno è in grado di prevedere se i federalisti democratici raggiungeranno i loro obbiettivi, se Prodi rinuncerà o meno alla sua sovranità sul centrosinistra o se gli scissionisti dei Ds manderanno a picco il governo. Di sicuro c'è che mai come in questo momento la nascita del Partito democratico appare come una scommessa azzardata. Cronaca di un aborto annunciato.